Peste suina dilaga in Europa: dalla Sardegna arrivano gli studi più avanzati su come fermarla

Dialogo, biosicurezza e ricerca. Le parole d’ordine dell’esperto Alberto Laddomada, che guida l’eradicazione del virus nell'isola

© European Union

Per la Commissione europea occorre “affrontare più seriamente” l’epidemia di peste suina africana, che ha colpito il Belgio due settimane fa. I casi d’infezione rilevati in Vallonia, che hanno porteranno all’abbattimento preventivo di 4mila capi, sono solo l’ultimo episodio dell’inarrestabile contagio che in dieci anni ha portato il virus originario dell’Africa prima in Georgia e poi nel cuore dell’Europa, e che ora minaccia anche la Cina, il cui mercato suinicolo conta oltre la metà dei maiali allevati a livello mondiale. In prima linea nella lotta a questa malattia un professore sardo, Alberto Laddomada, direttore dell’Istituto zooprofilattico sperimentale della Sardegna, il cui lavoro sta facendo scuola ma che ora si dice “preoccupato perché la malattia si è espansa recentemente in modo inatteso”.

Il virus in Sardegna

L’esperienza dei veterinari sardi è da qualche tempo al servizio delle autorità europee e internazionali in cerca di soluzioni su come fronteggiare la peste dei maiali. I metodi di contenimento del virus in ristrette aree dell’isola, dove si lotta da quarant’anni contro questo male, fanno scuola a livello mondiale da quando la diffusione della malattia è andata oltre le peggiori previsioni degli esperti del settore.

La peste dei maiali

Si tratta di una malattia emorragica priva di pericoli per l’uomo ma altamente contagiosa tra cinghiali selvatici e suini d’allevamento. Con il contagio della sua forma più pericolosa il maiale difficilmente sopravvive oltre dieci giorni per via della febbre alta, della mancanza d’appetito e soprattutto delle lesioni emorragiche negli organi interni. Il suino infetto rilascia notevoli quantità di virus in feci e urine, altamente pericolose specie quando contengono tracce di sangue. Non ci sono cure né vaccini efficaci.

In prima linea contro il virus

Dopo 18 anni di esperienza a Bruxelles presso le più alte autorità veterinarie europee e dopo aver guidato l’Unità per la sicurezza animale della Commissione Ue, Laddomada è tornato nella sua terra d’origine per dirigere l’Istituto che da decenni combatte il virus assieme alle autorità locali e agli allevatori. “È necessario che ci sia più dialogo tra i politici, i servizi veterinari e gli esperti” ripete più volte mentre commenta la “situazione eccezionale per la quale non si vede al momento una via di uscita”, spiega ad AgriFood Today il professore. 

Paure e speranze

Laddomada ha fatto parte di un team di esperti che si sono recati a giugno in Romania per verificare la gravità della situazione nella provincia danubiana di Tulcea, nella parte Est del Paese. La situazione dell’Europa orientale è una delle più preoccupanti: “Ormai ci sono più di 900 focolai, 13 province della Romania sono state colpite, è chiaro che questo è un indicatore di quanto sia difficile controllare questa malattia”. Laddomada guarda con speranza al caso della Repubblica Ceca, dove “un focolaio nei cinghiali non si è espanso” grazie a “una serie di misure che ora si stanno prendendo anche in Belgio, sperando che funzionino”. E il gigante cinese? Sul fronte della sicurezza alimentare e della salute animale la Repubblica popolare “ha dimostrato enorme impegno e ha fatto giganteschi passi avanti in questi anni”. Ma la forza produttiva del Paese rischia di diventare una debolezza quando si parla di malattie transfrontaliere, in particolare per via dei rapporti tra i tre comparti a rischio: allevamenti familiari, allevamenti commerciali di tipo tradizionale e allevamenti intensivi. Movimenti di animali e merci ripetuti sugli stessi camion e commistioni tra capi di diversi allevamenti sono le situazioni più rischiose per il contagio. 

Sconfiggere la peste

Un serio piano di eradicazione della malattia non può che partire dalla biosicurezza, il che significa “evitare ogni possibile contatto rischioso tra animali di allevamenti diversi e tra maiali e cinghiali”, pericolosi vettori della malattia in quanto essendo selvatici non vengono monitorati dai veterinari. L’Istituto zooprofilattico è ancora oggi impegnato nell’isola soprattutto a contrastare il pascolo brado, pratica di allevamento fino a non molto tempo fa diffusa in più zone della Sardegna. “Pascolo brado significa commistione tra animali di diversi proprietari, commistione tra animali domestici e cinghiali—precisa Laddomada—le condizioni ideali per la trasmissione della malattia”. Nelle zone d’Europa in cui non si pratica il pascolo brado occorre comunque “tenere segregata la malattia dei selvatici”. Oltre alle responsabilità degli allevatori ci sono i doveri delle autorità “di monitoraggio, di sorveglianza, di migliorare la preparazione e di mettere a punto programmi d’emergenza. E creare il massimo di sinergie tra i servizi veterinari e il settore privato. Tutto questo non è un lavoro che si improvvisa, ci vogliono anni”. Laddomada pone l’accento anche sulla questione vaccini, per i quali “c’è bisogno di investire in ricerca, perché ci sono tutta una serie di questioni ancora aperte”.  Secondo i dati della Fao, gli allevamenti suini rappresentano la prima fonte di  consumo di carne, spartendosi da soli oltre il 36% del mercato a livello mondiale. La sola Unione europea ha macellato nel 2017 oltre 250milioni di capi. Dei circa 700milioni di maiali allevati in Cina, oltre la metà provengono da allevamenti familiari, particolarmente a rischio per le malattie transfrontaliere degli animali come la peste suina. 

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Commenti (1)

  • continuate a mangiare carne, im-becilli e il cancro mangierà voi

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