“No al glifosato”, la rivolta dei piccoli azionisti della Bayer 

Sotto accusa la fusione con Monsanto: solo il 44,5% degli investitori approva la direzione aziendale. Lo scandalo sull’erbicida è già costato 30 miliardi di euro alla casa farmaceutica tedesca

Un matrimonio 'che non s’aveva da fare'. Le nozze tra la casa farmaceutica tedesca Bayer e l’impresa dell’agrochimica Monsanto sono state sonoramente bocciate dal voto degli azionisti tedeschi, in gran parte contrari alla guida dell’amministratore delegato Werner Baumann. Solo lo scorso anno, il consiglio d’amministrazione incassava il 97% del gradimento, mentre oggi si ferma ad un misero 44,48%, in un voto non vincolante ma certamente umiliante per il gigante della chimica. Chi sperava di vedere le proprie azioni fruttare e crescere di valore ha assistito a un crollo del titolo del 38% alla chiusura del 2018. Un’azione valeva 102,35 euro a fine 2017 e solo 60,56 euro un anno dopo.

Pesano come un macigno le oltre 13mila cause di fronte ai tribunali statunitensi per le responsabilità della Monsanto nella vicenda che riguarda il suo prodotto di punta, l’erbicida Roundup a base di glifosato. Ritenuto indispensabile secondo molti agricoltori, il pesticida è stato giudicato cancerogeno dai giudici americani. E i maxirisarcimenti milionari ai danni delle vittime preoccupano soprattutto gli azionisti che, dopo 13 ore di riunione a Bonn, hanno bocciato la fusione Bayer-Monsanto, costata già 30 miliardi di euro in perdite.

La rivolta dei piccoli azionisti non ha, almeno per il momento, trovato l’appoggio dei maggiori investitori, che hanno confermato la loro fiducia ai piani alti. Convinti che la sostituzione frettolosa dell’Ad Baumann non avrebbe altro effetto che peggiorare le cose, chi muove i fili del gigante del farmaco ha deciso di proteggere i vertici. In attesa che l’alleanza globale della chimica inizi a risalire la china.

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