“Per evitare altre pandemie dobbiamo cambiare il nostro modo di allevare gli animali"

Il monito all'Italia e alla Commissione delle associazioni animaliste: "Il coronavirus dimostra che non possiamo più occuparci della salute pubblica senza rivedere il nostro rapporto con loro"

Foto archivio Ansa

La pandemia di coronavirus "ha messo chiaramente in evidenza il fatto che non possiamo più occuparci della salute pubblica senza rivedere il modo in cui ci rapportiamo agli animali, dall'allevamento alla loro commercializzazione".

La lettera

È il monito inviato all'Unione europea da Animal Equality, Essere Animali, Lav e Ldnc che hanno inviato le proprie raccomandazioni al Governo italiano e alla Commissione chiedendo di inserire misure per rendere più sostenibili le politiche del settore all'interno del Green Deal comunitario. I temi centrali delle due lettere inviate dalle organizzazioni animaliste alle istituzioni sono due: un bando definitivo del commercio di animali esotici e l'abbandono di forme intensive di allevamento all'interno dell'Ue, provvedimenti ritenuti fondamentali per proteggere la salute delle persone, la biodiversità e gli animali.

Il pericolo di contagi

"Il 70% delle malattie infettive che hanno colpito gli esseri umani negli ultimi decenni sono infatti di origine animale, e il Covid-19 non fa eccezione”, sottolineano le associazioni che affermano anche che “la malattia potrebbe aver avuto origine anche qui, sul territorio europeo". Questo perché anche se qui non ci sono wet market come quelli cinesi, con gli animali vivi, spesso selvatici, che vengono macellati al momento, l'Europa "è una delle principali destinazioni per la vendita di animali esotici 'da compagnia', tra cui primati, rettili e anfibi, commercializzati e trasportati spesso illegalmente e senza controlli sanitari”.

Allevamenti intensivi

Inoltre, aggiungono, “la prossima pandemia, potenzialmente peggiore di quella attuale, potrebbe originarsi da quella che oggi è la modalità di produzione alimentare standard nelle parti più sviluppate del mondo: gli allevamenti intensivi”, dove “miliardi di animali allevati annualmente in condizioni intensive (migliaia di miliardi, se si considerano i pesci in acquacoltura) costituiscono serbatoi naturali e veicoli di virus potenzialmente pericolosi, se non devastanti, per l'essere umano".

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Le richieste

Per questo nella loro lettera le associazioni chiedono: l'immediata restrizione del commercio di animali selvatici in Europa; l'introduzione di un piano d'azione per il bando definitivo della commercializzazione della fauna selvatica; la riforma della Pac in modo che il denaro pubblico non sia più destinato a metodi di allevamento intensivi ma piuttosto alla riconversione delle attività; l'inserimento del benessere animale come pilastro a sé stante per un cambiamento reale delle condizioni di vita degli animali; il sostegno concreto ad agricoltori e ricercatori impegnati nello sviluppo di proteine vegetali. "La situazione in cui ci troviamo oggi mostra chiaramente che dobbiamo cambiare il nostro rapporto con la natura e con gli animali, ai quali infliggiamo crudeltà e sofferenze inaudite”, conclude la lettera.

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