Gastronazionalismo, ecco perché il patriottismo alimentare non va d'accordo col mercato Ue

Dalla pasta italiana fatta con grano canadese allo yogurt greco di latte rumeno. I Paesi del Sud Europa si ribellano alle etichette fuorvianti e chiedono più regole, facendo infuriare la grande industria del cibo

“Mozzarella italiana fatta con latte rumeno”. A partire da aprile 2020, con l’entrata in vigore di nuove regole comunitarie, chi fa la spesa potrebbe trovarsi davanti a etichette di questo tipo nei supermercati di tutta Europa. I legislatori di Bruxelles hanno infatti stabilito che sarà obbligatorio specificare l’origine dell’ingrediente principale di ogni prodotto messo in commercio con un’etichetta che ne richiama il luogo di produzione, compresi i latticini venduti come "mozzarella italiana" o "yogurt greco". In questi ultimi due casi, le imprese dovranno specificare il luogo di provenienza del latte, quale ingrediente principale del prodotto finale. La misura va incontro, ma non soddisfa in pieno, le richieste sempre più pressanti di una parte dell’opinione pubblica e della politica dell’Europa meridionale, divenute note, ironia della sorte, con un’altra etichetta: il gastronazionalismo.

Grano canadese ed etichetta del latte

A parlare del fenomeno è la rivista bruxellese Politico, che ha ricapitolato le battaglie più famose del nazionalismo da supermercato. Dalla precisazione in etichetta dell’origine canadese del grano usato dai pastifici italiani fino controverso “made in France” specificato sulle confezioni di latte transalpino, che fece infuriare i produttori belgi. I vicini di casa di Parigi nel 2017 si rivolsero anche alla Commissione europea per tutelare il mercato unico, messo in discussione dal presunto sciovinismo dei francesi che, secondo i belgi, spingeva i consumatori a ‘boicottare’ le fattorie degli altri Paesi Ue. 

Effetti sul mercato Ue

Specificare il luogo di provenienza degli ingredienti danneggia infatti il mercato unico europeo, prediligendo le scelte basate sui confini nazionali al posto del semplice incontro tra domanda e offerta. E mentre le aziende europee di high-tech e le case automobilistiche chiedono da tempo maggior protezionismo dalla concorrenza asiatica, ora anche il settore agroalimentare dei Paesi mediterranei si caratterizza per le battaglie politiche sempre più forti in difesa del ‘made in’

L'escamotage per aggirare le nuove regole

Il 16 dicembre Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia hanno inviato una dichiarazione congiunta alla Commissione europea chiedendole di “rafforzare e armonizzare la legislazione dell'Ue sull'etichettatura di origine degli alimenti”, sottolineando che le attuali norme dell'Ue “non sono esaustive in questo settore”,  in quanto “non obbligatorie”. Facoltativo sarà anche, in virtù delle nuove regole, specificare l’origine dell’ingrediente principale del prodotto finito. Basterà, ad esempio, non definire “italiana” la mozzarella per non dover spiegare al consumatore da dove proviene il latte. Ma anche nel caso della mozzarella venduta come tricolore, se si vuole celare l’origine straniera dell’ingrediente principale, si potrà semplicemente scrivere “latte Ue” o, se non arriva neanche da uno Stato membro, “latte non Ue”.

I nemici del gastronazionalismo

Tra chi si oppone maggiormente ai giri di vite sull’origine dei prodotti ci sono sicuramente i Governi di Paesi Bassi, Repubblica Ceca e Danimarca che hanno a più riprese criticato le regole sulle etichette che potrebbero minare il mercato unico e costituirebbero un ulteriore onere normativo per i produttori alimentari. Anche le grandi imprese del comparto alimentare si oppongono a lacci e lacciuoli dei gastronazionalisti, che potrebbero mettere in forse l’approvvigionamento di prodotti in tutte le stagioni e in tutti supermercati d’Europa e del mondo.  

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