Confagricoltura: la peste suina mette a rischio il comparto

In Italia il settore suinicolo conta circa 30mila allevamenti che allevano poco più di 8,5 milioni di capi

La peste suina africana, una malattia virale non trasmissibile all'uomo che colpisce i suini e di cui ci sono stati recentemente alcuni focolai in Europa, può causare ingenti danni economici soprattutto per le ripercussioni sull'export. Per fare il punto sulla situazione Confagricoltura ha organizzato un convegno a Roma dal titolo "Peste Suina Africana: una minaccia per il settore suinicolo. Una sfida da gestire". ''La diffusione della Peste Suina Africana è un rischio che la suinicoltura italiana ed europea non possono correre”, ha detto la componente della giunta di Confagricoltura Giovanna Parmigiani, secondo cui “ne va dell'avvenire di un comparto essenziale, di cui siamo leader, e che conta tantissimo in termini di valore della produzione, indotto, occupazione ed export".

Non esiste un vaccino contro questa malattia, che, quindi, può essere affrontata solo tramite misure di biosicurezza in allevamento, gestione della fauna selvatica e controllo alle frontiere sull'importazione di alimenti trasformati di carne suina tramite gli automezzi, ma anche i singoli viaggiatori (aeroporti, trasporto su strada, vie ferroviarie e marittime). Come riporta l'AdnKronos in Italia il settore suinicolo conta circa 30mila allevamenti, esclusi quelli familiari, che allevano (più o meno costantemente negli ultimi dieci anni) poco più di 8,5 milioni di capi, di cui quasi 5 milioni da ingrasso (oltre 50 kg).

La produzione è fortemente concentrata nelle regioni del Nord, che rappresentano il 31% di aziende ed il 90% dei capi, di cui il 50% nella sola Lombardia. Al Centro Sud abbiamo una forte parcellizzazione, con il 70 per cento di aziende, ma solo l'11% dei capi (fonte Ismea). Dal 2008 ad oggi sono diminuiti del 27% circa gli allevamenti specializzati (''non familiari''), mentre i capi censiti hanno registrato una contenuta flessione (-2,8%) nel complesso, anche se sono significativi - e 'a due cifre' - i cali che hanno interessato i capi da riproduzione (scrofe, scrofette e verri). Il comparto suinicolo è rilevante e strategico anche per la sua incidenza sull'export agroalimentare, con circa 1,8 miliardi di prodotto esportato ed in costante crescita.

Anche se le importazioni purtroppo superano l'export (2,3 miliardi di euro) ed il tasso di approvvigionamento è ormai intorno al 60%. Il comparto, inoltre, è rilevante per l'intera Unione europea, al secondo posto nel mondo con oltre 23 milioni di tonnellate dopo la Cina (50 milioni di tonnellate prodotte). Seguono gli Stati Uniti con 11 milioni di tonnellate. L'arrivo dalle aree infette europee della PSA sul resto del territorio italiano imporrebbe la chiusura dell'export, viste le severe restrizioni al commercio di prodotti trasformati di carne suina che a livello mondiale i Paesi, soprattutto quelli indenni, impongono. "Per questo - ha aggiunto Parmigiani - sono importanti le iniziative preventive di informazione e formazione, così come le misure di diffusione di buone pratiche che vanno comunicate anche a soggetti che non sono strettamente nella filiera e che vanno coinvolti, come i ''gestori'' del territorio e i trasportatori. Pratiche facili da attuare e che hanno un'indubbia validità per il contenimento del rischio di diffusione".

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