"Le biotecnologie non sono ogm e aiutano l'ambiente", l'appello dell'Italia all'Ue

Una sentenza della Corte europea del luglio 2018 ha equiparato le tecniche di mutagenesi, su cui punta molto la nostra agricoltura, agli organismi geneticamente modificate, bloccandone di fatto lo sviluppo. Cia: "Strumento per contrastare i cambiamenti climatici"

Le tecniche che prevedono il miglioramento e l’evoluzione genetica delle piante, come il genoma editing, non hanno nulla a che vedere con gli ogm e anzi possono rappresentare uno strumento importante per contrastare i cambiamenti climatici. E' questo il messaggio lanciato dalla Cia, la confederazione degli agricoltori italiani, a Bruxelles. 

La questione risale al luglio 2018, quando con una sentenza, la Corte di giustizia dell'Ue ha equiparato le nuove tecniche di miglioramento genetico, su cui il nostro Paese ha investito in modo deciso, agli organismi geneticamente modificati. Un'equiparazione che rischia di fatto di bloccare lo sviluppo di queste tecniche.  “Le odierne tecniche di miglioramento genetico (new breeding techniques) e, in particolare, il genome editing, non presuppongono inserimento di Dna estraneo mediante geni provenienti da altre specie - ha spiegato il segretario della Società italiana di genetica agraria, Daniele Rosellini, durante un convegno sul tema promosso dalla Cia al Parlamento europea a Bruxelles - Con le nuove tecniche di breeding si opera, invece, internamente al Dna della pianta, che rimane immutato e garantisce la continuità delle caratteristiche dei nostri prodotti”.

Secondo il presidente di Cia, Dino Scanavino, l’evoluzione genetica e le nuove biotecnologie sono inoltre strumenti importanti per affrontare con tempestività le sfide dell’eco-sostenibilità e combattere anche patogeni come Xylella e cimice asiatica. “L’agricoltura non può fare a meno del miglioramento genetico, che ha da sempre accompagnato la sua storia mediante le tecniche tradizionali di incrocio e innovazione varietale – ha spiegato Scanavino - Oggi abbiamo bisogno di ulteriore miglioramento per adattare le nostre colture a un contesto ambientale trasformato dal cambiamento climatico. Con il genome editing si arriva a perfezionare il corredo genetico delle piante in maniera simile a quanto avviene in natura, ma con maggior precisione e rapidità. La tecnica ha anche il vantaggio di essere poco costosa e si può facilmente adattare alle tante tipicità dei nostri territori”.

L’auspicio di Cia è che si possa finalmente intervenire su una legislazione comunitaria, datata 2001, ritenuta ormai obsoleta e che ha determinato la contestata, da parte italiana, sentenza della Corte di giustizia del 2018.  “Un ultimo aspetto, riguarda la gestione di queste innovazioni – ha aggiunto Scanavino - Non possiamo permetterci che il miglioramento genetico sia gestito solo da multinazionali lontane dalle esigenze reali del mondo agricolo. Dobbiamo promuovere tutti gli strumenti che possano sviluppare nuove relazioni tra pubblico e privato e interazioni più strette tra mondo dell’impresa e mondo della ricerca, anche attraverso maggiori investimenti pubblici. Il tema dell’innovazione, genetica ma non solo, deve essere centrale nell’applicazione della nuova Pac”, ha concluso. 

La 'missione' della Cia a Bruxelles sembra aver sortito qualche effetto. La Commissione europea, per voce di Chantal Bruetschy, capo unità della direzione generale Sanità, innovazione e biotecnologie, ha annunciato che l'avvio di "uno studio su queste tematiche, con l’obiettivo di sviluppare una riflessione sulla normativa vigente’’.

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