Lo studio dà il via libera: l'urina può essere usata come fertilizzante

Una ricerca ha provato che il rischio di trasmissione della resistenza agli antibiotici si riduce quando il liquido viene conservato per lunghi periodi prima di essere utilizzato nei suoli

L'urina può essere utilizzata come fertilizzante delle colture e non si deve temere che possa alimentare la resistenza agli antibiotici. Ad affermarlo è una ricerca pubblicata sulla rivista Environmental Science and Technology che ha analizzato le conseguenze dell'utilizzo di qusti scarti corporei ricchi di azoto e fosforo e che per questo sono stati usati per generazioni per aiutare le piante a crescere.

Resistenza agli antibiotici

Con la diffusione delgi antibiotici però il loro impiego ha sollevato dei dubbi sulla possibilità che contengano anche il Dna di batteri diventati resistenti a questi medicinali, diffondendone così il pericoloso effetto che, secondo alcune ricerche, sarebbe la causa di oltre 30mila decessi soltanto in Europa. Come racconta il Guardian ora però gli esperti sostengono che, almeno per quanto riguarda l'urina immagazzinata, il Dna batterico non viene trasmesso ad altri microbi evitando quindi il rischio di diffusione della resistenza agli antibiotici.

Lo studio

"Penso che questo sia un passo importante nel dimostrare che disponiamo di metodi in cui possiamo ridurre i rischi che presenta l'utilizzo delle urine", ha affermato la dottoressa Krista Wigginton, una delle autrici della ricerca condotta dall'Università del Michigan. Il team che ha portato avanti lo studio ha raccolto oltre 100 litri di urina da donatori di sesso maschile e femminile in tutto il Vermont e li ha conservati per un periodo compreso tra 12 e 16 mesi, abbastanza perché una sostanza presente nelle urine, nota come urea, si decomponesse in ammoniaca.

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L'importanza della conservazione

Il team ha introdotto un Dna che conteneva geni per la resistenza a due antibiotici, la tetraciclina e l'ampicillina, nell'urina invecchiata e ha effettuato una serie di test per vedere se il comune batterio contenuto nel suolo, l'Acinetobacter baylyi, avrebbe acquisito a sua volta la resistenza. I risultati hanno mostrato che dopo che il Dna plasmidico restava nell'urina "invecchiata" per almeno 24 ore, c'era un calo del 99% nell'assorbimento dei geni resistenti agli antibiotici da parte dei batteri del suolo. "Abbiamo scoperto che dopo un po' di tempo in questa urina immagazzinata il gene perde la sua capacità di trasformare questi batteri ambientali", ha spiegato Wigginton.

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