Negoziati Brexit in stallo sui diritti di pesca, ecco cosa c'è in gioco

Tra Londra e Bruxelles è in corso una dura trattativa per i diritti di sfruttamento delle reciproche acque, in una battaglia che per il Regno Unito è di principio ma non solo

Potrebbe sembrare un aspetto secondario, marginale, delle trattative sulla Brexit tra Unione europea e Regno Unito, e invece la pesca è diventata una delle questioni più spinone che sta bloccando l'avanzamento dei negoziati. Londra e Bruxelles stanno discutendo dei diritti di sfruttamento delle reciproche acque a partire dal prossimo anno quando il periodo di transizione, che scade il 31 dicembre, sarà concluso. Lo stallo è dovuto al fatto che i negoziatori europei chiedono il mantenimento dello status quo, mentre quelli britannici lo ritengono ingiusto, anche se nei fatti la questione non sembra essere fondamentale per gli assetti economici del Paese.

Pesca marginale nell'economia inglese

La pesca e la lavorazione del pesce del Regno Unito danno lavoro soltanto a circa 24mila persone, e un contributo lordo al Prodotto interno lordo di un misero 0,12 per cento. Nel complesso la Gran Bretagna importa il 70% del pesce che mangia ed esporta l'80% di ciò che cattura, e il 70% delle esportazioni finisce proprio nei mercati dell'Ue, principalmente in Francia, Paesi Bassi, Irlanda e Spagna. Ad esempio circa l'83% del merluzzo mangiato nel Regno Unito, utilizzato per il piatto nazionale per eccellenza, il 'fish and chips', è importato mentre il 93% delle aringhe pescate dalle flotte locali, e che ai britannici non piacciono, viene esportato, principalmente nei Paesi Bassi. Nello sfruttamento dei mari però c'è in effetti una grossa sproporzione che è tutta a vantaggio dell'Europa.

Accordi attuali vantaggiosi per l'Ue

Le flotte con sede nell'Ue pescano circa otto volte più pesci nelle acque del Regno Unito rispetto a quelli pescati dai pescatori britannici nelle acque comunitarie. Grazie alla Politica comune della pesca, secondo cui i pescherecce dei Paesi Ue hanno pieno accesso alle reciproche acque ad eccezione delle prime 12 miglia nautiche dalla costa, ben il 57% di quanto è stato pescato nelle acque britanniche è stato catturato da pescherecci appartenenti ad aziende europee e solo il 43% da quelli di imprese locali. Sono stati soprattutto Danimarca, Paesi Bassi e Francia ad approfittare delle acque dell'isola (che sono più ricche, soprattutto quelle dell'Atlantico nord-orientale) di cui hanno catturato rispettivamente il 18%, 14% e 9% del pescato totale. Lo Stato membro più dipendente in termini di sbarchi è il Belgio con il 45% degli sbarchi totali ottenuti nelle acque britanniche. Ma molto alte sono anche le percentuali olandesi (39%), irlandesi (35%), danesi (34%) e tedesche (31%). A queste percentuali vanno poi aggiunte quelle delle aziende europee che con il trucco di registrarsi a Londra, hanno accesso anche alle acque riservate alle aziende locali.

Le critiche di Londra

Non a caso quindi Bruxelles punta a un accesso reciproco alle reciproche acque "alle condizioni esistenti", cosa che non sembra affatto giusta al governo di Boris Johnson. "Per noi è un po' strano, perché in tutte le altre aree di trattativa ci viene detto che niente può essere come prima in seguito alla Brexit, giustamente, ma i diritti per la pesca sembrano essere l'unica eccezione", è stato il commento di David Frost, il capo negoziatore britannico.

Il modello norvegese

E in effetti non sembra avere tutti i torti. Per questo chiede di sostituire gli attuali sistemi di quote basati su modelli di cattura storici, che si basano sul passato, con il principio di "attaccamento zonale", che significa concordare ogni anno quote basate sulla percentuale di pesce all'interno della zona economica esclusiva di ciascuna parte (un'area di 200 miglia attorno alla costa). I funzionari britannici sostengono che questo sistema sarebbe più equo, più scientifico ed ricordano che è già utilizzato dall'Ue nei suoi colloqui annuali sulla fissazione delle quote con la Norvegia.

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Posizioni distanti

Le posizioni sono insomma molto lontane e visto che il pacchetto Brexit va concordato insieme, questa questione potrebbe far saltare tutte le trattative e portare a fine anno a un No Deal. Entrambi sul tema credono di avere il coltello dalla parte della manica perché, come mostrano i dati, se è vero che gli europei pescano molto nelle acque britanniche, è vero anche che i britannici sono dipendenti dall'Europa per il loro export, che potrebbe diventare oggetto di dazi. Inoltre anche se Londra volesse puntare a diversificare le loro esportazioni, la cosa necessiterebbe tempo in quanto al momento altri mercati mondiali sono aperti al regno Unito grazie ad accordi commerciali europei che con la Brexit per Londra non saranno più validi.

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