Dai diversamente abili agli ex carcerati, quando l'agricoltura si fa sociale 

Lavorare la terra per riaffermare il diritto alla salute e al lavoro. Fotografia di un fenomeno nato negli anni ’70 sotto la guida di Franco Basaglia

Il lavoro nei campi inteso come strumento di riabilitazione fisica e mentale o come programma di reinserimento di persone emarginate dalle logiche di mercato. Sono nate sotto questi auspici, in Italia e in Europa, migliaia di aziende capaci di generare profitto economico grazie al lavoro di persone diversamente abili, di ex detenuti e immigrati lasciati soli nel triste limbo della disoccupazione, quella invisibile anche ai più attenti centri di statistica. È il mondo dell'agricoltura sociale, l’attività nei campi che impiega la manodopera dei più svantaggiati.

L'eredità di Basaglia

I prodotti del made in Italy arrivano oggi anche dalle aziende agricole sociali, nate da un’intuizione del celebre psichiatra e neurologo italiano Franco Basaglia che ha riformato l’intera idea di trattamento di salute mentale nel nostro Paese e all’estero. Correva l’anno 1972 e Basaglia dirigeva l’ospedale psichiatrico di Trieste, chiamato ancora “manicomio”. Insieme coi laboratori di pittura e teatro, nasce la Cooperativa Lavoratori Uniti, la prima in Europa a impiegare uomini e donne all’epoca considerati “malati mentali” e in quanto tali non utilizzabili in alcuna mansione lavorativa diversa dalle attività di pulizia, lavanderia e trasporto di lenzuola dentro le mura della struttura in cui erano internati.

L’esperimento di Basaglia funziona. Gli esclusi lavorano non più solo nelle pulizie, ma si occupano anche di mantenere il verde pubblico, conferiscono rifiuti presso i centri di raccolta, svolgono mansioni di facchinaggio, logistica, ristorazione e persino restauro di libri e quadri. L’anno dopo, nel 1973, l’Organizzazione mondiale della sanità dichiara Trieste “zona pilota” per la ricerca sui servizi di salute mentale. Per la famosa Legge Basaglia, che ha riformato l’intero ordinamento degli ospedali psichiatrici in Italia, bisognerà aspettare al 1978.  

La legge del 2015

Con la legge 141 del 2015, l’agricoltura sociale viene definita come “aspetto della multifunzionalità delle imprese agricole” con l’obiettivo ambizioso di favorire l’inserimento socio-lavorativo di persone svantaggiate. Oltre a specificare ciò che l’impresa agricola sociale può fare per i suoi lavoratori, il testo stabilisce ciò che tali aziende possono e devono fare per il territorio, come le attività di servizio per le comunità locali e l’attivazione di progetti finalizzati all’educazione ambientale e alimentare di minori e persone svantaggiate.

Il tutto viene fatto seguendo una logica imprenditoriale, dove l’attività deve tenersi in piedi sulle sue gambe. “Vorrei sottolineare che la nostra è un’azienda privata, che per campare deve stare sul mercato”, precisa Piero Pellegrini, fondatore della Casa di Anna. La sua fattoria sociale, che utilizza tecniche all’avanguardia di orticultura biologica, è pensata per dare un futuro alla figlia Anna, colpita da una malattia che l’ha resa diversamente abile. Pellegrini ha deciso di aiutare anche le altre persone nella stessa situazione della figlia, e, in parallelo, “tanti altri che il lavoro o non ce l’hanno, l’hanno perso o mai ce l’avranno”, come “qualche detenuto e dei minori che hanno fatto qualche marachella”. 

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Da un recente Rapporto sull’agricoltura sociale in Italia emerge che il 54% di tali attività impiega persone con disabilità, seguite dai disoccupati più svantaggiati, accolti nel 31% delle fattorie sociali, e studenti in alternanza scuola/lavoro. Detenuti in affidamento ed ex detenuti riescono a lavorare in un’azienda agricola sociale su quattro. Anche i rifugiati, richiedenti asilo e immigrati vengono accolti nei campi di un’azienda agricola sociale su cinque.

Anche se la legge non lo stabilisce tassativamente, buona parte del mondo agricolo sociale dimostra sensibilità per i temi ambientali e di sostenibilità. Ne è un esempio il progetto Ubo - Una Buona Occasione. Concepito per informare e sensibilizzare la cittadinanza, Ubo ha messo su un portale online e un’App per smartphone per aprire una finestra ai giovani, e meno giovani, sulle conseguenze dello spreco alimentare e di risorse idriche e far capire quanto sia importante adottare buone pratiche per ridurre questi fenomeni.

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Nella cittadina di Grottaferrata, alle porte di Roma, si fa il vino. “Senza i solfiti”, ci tiene a precisare Salvatore Stingo, della cooperativa Capodarco. L’azienda “ha l’obiettivo dell’inserimento di persone con disabilità”, spiega Stingo, “vent’anni fa parlavamo di disabilità fisica, ma oggi lavoriamo di più con chi ha disabilità mentali, ragazzi con problemi psichiatrici o tossicodipendenze”. Stingo sottolinea il concetto che ha la cooperativa per l’agricoltura come “mezzo per creare condizioni migliorative per queste persone”.

L’azienda ha avuto accesso ai fondi della Politica agricola comune (Pac) per gli investimenti e per le colture che rispettano la normativa sul biologico. “Ci è stata data una grande mano per la ristrutturazione del casale, che è diventato un agriturismo e per l’acquisto di attrezzature per produrre il vino”, ricorda Stingo. Ritiene l’agricoltura sociale la più grande innovazione nell’imprenditoria agricola degli ultimi anni, dopo l’introduzione dell’agriturismo, grazie alla sua “capacità di offrire possibilità al territorio”. Stingo si augura quindi un maggiore sforzo in questo senso da parte della politica comunitari per l’agricoltura, “che vada a incidere in termini economici, ma anche come idea di futuro”.

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L'agricoltura sociale significa anche impegno contro il caporalato. Lo sa bene don Massimo Mapelli, che tra le nebbie della campagna pavese tenta di ridare dignità ai tanti ragazzi, ma anche bambini, che scappano da guerre e difficoltà in cerca di una nuova vita. Lo fa attraverso “Madre Terra”. E’ questo il nome della cooperativa creata a Zinasco Vecchio: modello di accoglienza e di integrazione per i migranti costretti a subire il cosiddetto “viaggio della speranza”, qui adulti e minori iniziano un nuovo percorso dove imparano la lingua ma anche un lavoro da agricoltore consapevole ed etico.

“Qui i nostri ragazzi sono pagati il giusto, senza essere sfruttati e senza il caporalato. - afferma don Massimo Mapelli, che sottolinea come per questi ragazzi sia forte anche il legame con il territorio - I nostri ragazzi gestiscono il verde pubblico del comune e imparano a prendersi cura del bene comune. Con loro ci occupiamo anche di un bene confiscato alla ‘ndrangheta perchè possa anch’esso rimesso a disposizione per chi ha più bisogno”.

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Commenti (1)

  • Ottimo! E giusto!

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