“Stop ai fondi Ue per gli allevamenti intensivi”, la battaglia che unisce ambientalisti e piccoli allevatori 

Greenpeace accusa le mega fattorie di inquinare l’ambiente e spingere la gente a consumare troppa carne. Un'accusa che trova consensi anche tra le piccole e medie imprese del settore. Che chiedono un cambio di passo sulla Pac

Uno studio di Greenpeace rilasciato nei giorni scorsi ha scatenato le reazioni della Commissione europea e delle organizzazioni di settore dell’agricoltura, che hanno smentito in maniera piccata i dati raccolti dagli ambientalisti. “Nutrire il problema” è il titolo del rapporto di venti pagine nel quale la squadra bruxellese di Greenpeace pone l’accento sulla “pericolosa intensificazione degli allevamenti animali in Europa”, accompagnata dalla scomparsa delle piccole e medie imprese. L’accusa rivolta all’Europa è quella di non riconoscere né voler porre rimedio “all'attuale eccesso di produzione e consumo di prodotti animali nell’Ue”. 

La scomparsa delle pmi

Il numero di aziende agricole dedite all’allevamento del bestiame è crollato del 32% dal 2005 al 2013, passando da 9 a 6,1 milioni di attività. Eppure, nello stesso periodo, “il numero totale di unità di bestiame allevate in aziende agricole di grandi dimensioni è aumentato di quasi 10 milioni”, scrivono gli ambientalisti, raggiungendo quota 94 milioni. “Di conseguenza - si legge nel rapporto - quasi tre quarti del bestiame nell'Ue (72,2%) viene allevato in aziende molto grandi”. Un concentramento che mette in serie difficoltà le imprese a conduzione familiare. 

L’Unione europea, denuncia il rapporto, finanzia con almeno 28 miliardi di euro l’anno in pagamenti diretti il settore della zootecnia. “Corrisponde a un ammontare tra il 18 e il 20% del budget europeo di 157,86 miliardi spesi nel 2017”, scrivono gli ambientalisti riferendosi ai soli pagamenti destinati direttamente agli allevatori o in proporzione agli ettari su cui si estendono le aziende agricole.

La replica della Commissione

Dal canto loro, Commissione europea e Copa Cogeca (organizzazione di categoria delle imprese agricole europee) hanno smentito le cifre, senza però chiarire quanti sussidi ricevono le mega fattorie. Interrogati dal sito di notizie Euractiv, i funzionari del Berlaymont hanno spiegato che vengono destinati agli allevamenti circa 3.185 miliardi di euro l’anno comprensivi, però, di una serie di voci che rendono difficile capire quanti siano i cosiddetti pagamenti diretti, quelli sui quali si potrebbe intervenire. 

Più che una chiusura immediata dei rubinetti di soldi pubblici agli allevamenti intensivi, gli ambientalisti chiedono che il Parlamento europeo ponga un freno a tale spesa tramite la riforma della Pac, destinata ad entrare in vigore dopo il 2020. Un appello, almeno finora, caduto nel vuoto.

Le accuse di Greenpeace

“Greenpeace vuole che l’Ue faccia una scelta molto chiara” spiega Marco Contiero, policy director dell’associazione ambientalista per il settore agricolo: “O promuovere le aziende agricole di piccole e medie dimensioni, che sono sostenibili e hanno un approccio estensivo all’allevamento, o continuare a promuovere i grandi allevamenti intensivi”. “Vogliamo, chiaramente, che la seconda opzione venga tolta”, evidenzia. 

Mettendo da parte il tema del benessere dei capi allevati nei grandi stabilimenti, più volte approfondito da questa testata, Greenpeace si appella ai prossimi parlamentari europei perché “prendano atto delle evidenze scientifiche che ci dicono che è necessario cambiare il nostro stile di alimentazione e di produzione”, spiega Contiero. “Bisogna ridurre, non eliminare, la produzione e il consumo di animali in Europa”, precisa. 

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Gli allevamenti intensivi sono responsabili, spiega Contiero, di “emissioni di ammoniaca nell’aria (con problemi per la salute pubblica), emissioni di metano (gas serra con problemi diretti sui cambiamenti climatici), emissioni di protossido di azoto nel suolo e nelle acque, con enormi problemi di inquinamento che costa a livello europeo tra i 70 e i 320 miliardi di euro all’anno”. 

Il legame tra allevamenti intensivi e smog

Recentemente l’inquinamento prodotto dagli allevamenti intensivi è finito, nel nostro Paese, anche sotto la lente d’ingrandimento dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), non certo un’associazione di animalisti incalliti. Gli allevamenti sono responsabili del 15,1% dell’inquinamento atmosferico in Italia, più delle emissioni di auto e moto (9%) e del settore industriale (11,1%). Il particolato secondario - ovvero l’ammoniaca - prodotta da bovini, suini e ovini nelle mega fattorie corrisponde a circa il 75% dell’emissione totale del Belpaese. 

Nella lunga discussione parlamentare sulla riforma della Politica agricola comune, ovvero del meccanismo di finanziamento europeo della filiera agroalimentare, alcuni emendamenti proposti dalla commissione Ambiente dell’Eurocamera avevano incassato il plauso degli ecologisti. Ma poi, con il passaggio in commissione Agricoltura, il testo di riforma ha deluso le aspettative degli ambientalisti, che hanno accusato gli eurodeputati di aver fatto retromarcia.

La posizione del Parlamento Ue

Non è dello stesso avviso il parlamentare Herbert Dorfmann, esponente della Sudtiroler Volkspartei e del Partito popolare europeo. “Abbiamo trovato un accordo che dovrebbe accontentare anche Greenpeace” sostiene il deputato della commissione Agri, “destinando una parte significativa dal 20 al 40% del primo pilastro proprio all’agricoltura sostenibile, introducendo i cosiddetti eco-schemes”. Dorfmann si riferisce ai programmi di finanziamento destinati ad affrontare i problemi dell’ambiente e a raggiungere gli obiettivi sul clima. Ad esempio, si potrebbe fare un piano per finanziare l’azzeramento di fertilizzanti al fine di migliorare la qualità dell'acqua. Tuttavia, spetterà a ciascuno Stato membro disporre tali piani come ritiene opportuno, e non saranno obbligatori per le aziende. “Questo aiuterà a far diventare l’agricoltura europea più sostenibile e anche più verde”, conclude Dorfmann. 

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Le ragioni degli eurodeputati non hanno evidentemente convinto gli ambientalisti, che hanno risposto al voto della riforma con la mobilitazione in piazza.

Quel che propone Greenpeace è una netta distinzione, che vada a “differenziare tra due tipi di allevamento”. Marco Contiero si immagina una Pac che non finanzi il metodo intensivo per via di “tutti i problemi di inquinamento dell’aria, dell’acqua, del suolo e al settore dell’allevamento, specie ai produttori più piccoli”. Gli ambientalisti promuovono invece l’allevamento estensivo, “che riteniamo essere l’unico ad aver diritto di ricevere soldi pubblici per poter prosperare”. Una posizione che denota un certo feeling tra ambientalisti e piccoli allevatori con difficoltà a restare sul mercato.

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Lo scontro apparentemente è rimandato al dopo elezioni, quando i nuovi europarlamentari riprenderanno in mano i dossier lasciati dai loro predecessori, tra cui la scottante riforma sulla Pac. Rimane però un senso di confusione sui fondi stanziati a favore di attività agricole accusate di inquinare più delle ciminiere. Il botta e risposta tra ecologisti, grandi allevatori e istituzioni rischia di lasciare il cittadino in balia di cifre e interpretazioni troppo lontane tra loro per potersi fare un’idea chiara sulla vicenda. 

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