Erba libera o quasi: il boom della canapa italiana che Salvini vuole fermare

Gli ettari coltivati sono aumentati di dieci volte in cinque anni. Per un giro d'affari che vale oggi 40 milioni: dalle proprietà dei semi alle fibre per la bioedilizia, passando per pasta e olio. Ma il business potrebbe essere molto più ampio con la "cannabis light"

La nuova crociata di Matteo Salvini ha preso di mira i negozi di cannabis light, associati dal ministro a dei centri di spaccio. A parte la confusione e la carenza di provea sostegno di questa associazione (qui un interessante chiarimento di Wired), la mossa del leader della Lega sta creando non poca agitazione in un settore, quello della canapa, che a inizio Novecento vedeva l'Italia tra i leader mondiali. E che di recente, non senza ostacoli e non sense burocratici, sta tornando in auge. Creando imprese e occupazione, soprattutto tra i più giovani. 

Per molto tempo, infatti, la canapa è stata messa al bando per via dell'associazione con la marijuana. Un danno per un Paese come il nostro che ha un territorio adatto a coltivare questa pianta dalla mille proprietà e applicazioni che nell'ultimo lustro sta "invadendo" i campi del Belpaese. Chi lo usa per nutrire gli allevamenti in modo biologico, chi per trasformarla in tisane o prodotti cosmetici, chi per farne farina e olio. E chi ancora per la cannabis terapeutica, vera e propria gallina dalle uova d'oro che fa ancora fatica a decollare.

Un ritorno al passato

Più che un'innovazione, quello della canapa è un ritorno per l'agricoltura italiana. "La canapa - spiega Coldiretti - fino agli anni ‘40 era più che familiare in Italia, tanto che il Belpaese con quasi 100mila ettari era il secondo maggior produttore di canapa al mondo, dietro soltanto all’Unione Sovietica”. Venne poi la guerra e soprattutto il proibizionismo con il governo italiano che nel 1961 "sottoscrive la Convenzione unica sulle sostanze stupefacenti - ricorda sempre Coldiretti - in cui la canapa sarebbe dovuta sparire dal mondo entro 25 anni dalla sua entrata in vigore. Nel 1975 esce la legge Cossiga contro gli stupefacenti, e negli anni successivi gli ultimi ettari coltivati a canapa scompaiono”.

L'accostamento tra canapa e droga è di fatto ancora un limite per lo sviluppo di questa produzione. "Quando io e mio fratello l'abbiamo introdotta nell'azienda di famiglia - racconta Erika Da Pieve dell'omonima azienda agricola di Porcia, in Friuli - la gente ci guardava ancora con sospetto. Noi qui un tempo coltivavamo tabacco, che ha di fatto massacrato il terreno. Con la canapa è tutt'altra cosa: facciamo mangimi, farine, pasta, grissini. Tutto grazie a dei semi che sono tra i più nutrienti al mondo". Ecco la sua storia:

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Uno dei pregi della canapa, come detto da Da Pieve, è proprio il seme. Secondo studi recenti, tali semi hanno proprietà uniche: sono incredibilmente nutrienti (hanno il 30% di grassi, tra cui l'acido linoleico omega 6 e l'acido alfa linoleico omega 3), apportano proteine di alta qualità (più dei semi di chia e di lino), sono una grande fonte di minerali e vitamina E e, quelli integrali, aiutano la digestione perché ricchi di fibre. Inoltre riducono il rischio di problemi cardiaci perché contengono arginina, una sostanza dal potente effetto anti-infiammatorio. Semi e olio sono poi utili per le infiammazioni della pelle: grazie agli omega 6 e 3, sono indicati in caso di eczema e pelle secca. E inoltre alleviano i disturbi premestruali e quelli della menopausa come irritabilità e ritenzione idrica, grazie alla presenza di acido gamma-linoleico, un regolatore degli ormoni. Christian Rigolin conosce bene queste proprietà e per questo ha deciso di puntare sulla canapa per nutrire i suoi animali. Ecco la sua storia:

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Le storie di Da Pieve e Rigolin sono emblematiche della "nuovelle vague" della canapa in Italia. La Coldiretti stima che dal 2013 a oggi gli ettari di cannabis siano cresciuti di dieci volte, da 400 a quasi 4000 in tutto il Paese. Si calcola un giro d’affari superiore ai 40 milioni di euro grazie alle sue varie applicazioni, dalla fibre tessili ai metariali isolanti, dai prodotti agroalimentari come paste e biscotti ai prodotti cosmetici. Un business che potrebbe essere molto più grande. La chiave di volta si chiama "uso terapeutico". 

La canapa terapeutica

Secondo i dati del ministero della Salute, la cannabis terapeutica importata dall’Olanda in Italia è aumentata del 50% negli ultimi anni. Soddisfare il consumo dei pazienti italiani con cannabis di sola produzione nazionale, per la Coldiretti, potrebbe generare un indotto di oltre 10mila posti di lavoro e dal valore record di 1,4 miliardi di euro. Il problema sono i lacci e lacciuoli burocratici. 

La legge 242 del 2016 (entrata effettivamente in vigore quest'anno) ha migliorato un po' la situazione, consentendo la produzione e commercializzazione della cannabis light, che non deve superare lo 0,2% di principio attivo, il Thc, quello che determina gli effetti psicotropi, in parole povere “lo sballo”. Tale limite viene alzato per i soli agricoltori, che possono coltivare un prodotto che non superi lo 0,6% di Thc prima di incorrere nel sequestro e distruzione del raccolto da parte delle forze dell’ordine. La legislazione nazionale si è dovuta piegare a tale bizantinismo per venire incontro alle imprescindibili regole della botanica: non è infatti possibile per l’agricoltore controllare un tasso di principio attivo così basso nella pianta, le cui infiorescenze possono superare il limite dello 0,2% per cause non imputabili a chi coltiva. 

Con una circolare, il ministro degli Interni Matteo Salvini si è premurato di informare le forze dell’ordine che tale limite innalzato allo 0,6% non va applicato agli smartshop e negozi che mettono in commercio il prodotto finale. In tanti hanno letto la precisazione del leader leghista come una chiusura a una normativa più permissiva in Italia. Di parere diametralmente opposto è invece la ministra della Sanità Giulia Grillo, che si è espressa “personalmente” a favore della liberalizzazione. 

Fatto sta, che gli usi della canapa per fini terapeutici crescono di anno in anno. Grazie a un'altra sua sostanza, il cannabinolo. Che non va confuso con il Thc che dà sballo, e che anzi è ottimo proprio per curare le intossicazioni da Thc. "Il cannabidiolo o CBD - dice Gianpalo Grassi del Crea - si è rivelato efficace nel trattamento di: malattia di Huntington, morbo di Parkinson, schizofrenia, sclerosi multipla. Ha inoltre comprovati effetti antitumorali, antinfiammatori, analgesici, ansiolitici e il suo potere antiossidante (antinvecchiamento) è superiore a quello delle vitamine C ed E. Esiste già - continua - un farmaco a base di CBD commercializzato negli Usa, l'Epidiolex (Nda), che si è rivelato efficace per la cura dell'epilessia. L'uso del CBD per il trattamento dell'obesità e dei disturbi del sonno è già in fase pre-commerciale. Sono in fase di studio preliminare i trattamenti del diabete, del morbo di Alzheimer, della dipendenza da alcol, dell'encefalite spongiforme bovina e perfino della malaria". Insomma, l'erba libera (terapeutica) fa bene. 

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