La cannabis terapeutica divide l'Europa: business per pochi o cura fai da te?

A Bruxelles, big farmaceutici e produttori di canapa industriale fanno pressioni sulle istituzioni Ue, ciascuno con richieste diverse. Ma con un obiettivo unico: un mercato che nel 2028 potrebbe valere 55 miliardi

In Europa, il business potrebbe valere 55 miliardi di euro all'anno entro il 2028. E non a caso le grandi aziende, anche extra Ue, stanno già investendo per accaparrarsi la loro fetta di mercato. In attesa che i governi e la stessa Unione europea decidano quale sarà il futuro della cannabis terapeutica. Perché nonostante le pressione di decine di migliaia di pazienti, che spesso ricorrono al mercato nero, e quella di alcuni big farmaceutici, accedere a questo tipo di medicinali è ancora complicato.

La giungla europea

Al momento, l'Europa è divisa in due, tra i Paesi che hanno legalizzato, seppur tra vari limiti, l'uso della cannabis terapeutica. E quelli che ancora si oppongono, spesso per motivi ideologici più che strettamente sanitari. A Bruxelles, pero', in molti scommettono che questo secondo fronte a poco a poco alzerà bandiera bianca. Lo dimostrano le scelte recenti di Regno Unito, Grecia e Lussemburgo.

Del resto, come dicevamo, le pressioni sono forti e arrivano da varie parti. Da un lato ci sono i pazienti, che anche laddove la cannabis terapeutica è stata legalizzata, devono fare i conti con leggi controverse, approvvigionamenti scarsi e soprattutto costi proibitivi. Si prenda il caso italiano: per quanto le cure cannabinoidi siano legali dal 2007, l'accesso a esse è complicato. 

Il caso italiano

A incidere anche il fatto che la produzione di cannabis terapeutica è in mano allo Stato, che ne produce in quantità non sufficiente a coprire la domanda, tanto che quasi tre quarti dei consumi viene garantito dalle importazioni dall'Olanda. E cosi', quando, come successo nel 2017, la produzione olandese ha uno stop, molti pazienti sono costretti a interrompere la terapia. O a pagare cifre ancora più alte.

L'unico medicinale a base di cannabinoidi autorizzato da noi al momento, infatti, è il Sativex, che viene rimborsato dallo Stato. Il Sativex è prodotto dalla britannica GW Pharmaceuticals e costa intorno ai 400 euro a bottiglia. Uno sproposito. Ecco perché in Italia come nel resto d'Europa sta crescendo il movimento di chi chiede di potersi coltivare la cannabis a casa o di comprarla a prezzi accessibili dai piccoli produttori, aggirando il business delle grandi aziende farmaceutiche. 

Dall'altro lato, pero', ci sono proprio i big farmaceutici, che invece stanno facendo pressioni a più livelli per limitare la produzione di cannabis al ristretto ambito scientifico. Secondo queste aziende, la cannabis non testata può contenere pesticidi dannosi e i prodotti “non sicuri” rischiano di provocare psicosi e altri spiacevoli effetti collaterali. 

A Bruxelles lobby in azione

Il dibattito è arrivato a Bruxelles: l'Ue potrebbe a breve mettere ordine nel frammentato quadro continentale, tanto più dopo una risoluzione della commissione Salute pubblica del Parlamento europeo che pochi mesi fa ha chiesto all'Esecutivo comunitario di avanzare una proposta legislativa.

Nella capitale Ue, le lobby sono in azione. E in competizione fra loro per indirizzare le scelte politiche della futura Commissione europea. Tutto giro intorno a una questione di termini: se Bruxelles arriverà a fissare delle linee guida, lo farà per la "cannabis medica" o per "medicine a base di cannabis"? Nel secondo caso, si limiterebbe il mercato ai soli farmaci. Nel primo, invece, si aprirebbe la porta alla produzione fai da te.

Quest'ultima strada è quella che batte l'Associazione europea della canapa industriale, che si sta opponendo ai tentativi dei grandi produttori di far diventare la cannabis un farmaco da prescrizione. Anche in Italia c'è chi sposa con forza questa battaglia: la Coldiretti, per esempio, ha stimato che una produzione nazionale in grado di soddisfare i bisogni dei pazienti sarebbe in grado di garantire un business da 1,4 miliardi di euro e almeno 10mila posti di lavoro generati lungo tutta la filiera. 

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