Il 'falso' commercio equo delle multinazionali sta uccidendo il modello Fairtrade

I prodotti eticamente certificati hanno raggiunto i nove miliardi di euro di vendite, e ora i produttori alternativi lavorano a spazzare via il concorrente scomodo

Il commercio equo e solidale è ormai prossimo al capolinea. Il “fairtrade” ha talmente ridisegnato il modo di fare acquisti che le grandi aziende lo hanno preso a modello, ricreandolo e mettendo in discussione l’idea stessa di commercio equo.

Il fenomeno Faitrade nasce negli anni Novanta, quando si decide di porre fine alle distorsioni del mercato. Tutta una serie di prodotti provenienti dal Terzo mondo vengono realizzati a scapito di chi li lavora. Stipendi bassissimi, impiego di minori, grandi profitti per i rivenditori. Tutto questo cambia: si vende il prodotto a un po’ di più, ma in questo modo si pagano di più i lavoratori, ci si rivolge a cooperative e si elimina il ricorso a manodopera minorile.

Il marchio Fairtrade diventa simbolo di impegno etico. E un business. Solo nel 2017 sono stati venduti prodotti Fairtrade per nove miliardi di dollari. Una concorrenza divenuta troppo ingombrante per determinate multinazionali, che hanno iniziato a giocare lo stesso gioco di Fairtrade, ma in maniera più iniqua.

I grandi operatori del mondo alimentare hanno iniziato ad istituire i propri programmi di certificazione interni. Sono loro a valutare la portata etica delle proprie azioni. Il risultato? L’indebolimento del modello originale. Circa 2.400 aziende, tra cui giganti multinazionali come Tesco e Marks & Spencer, pagano le tasse di licenza ai rispettivi capitoli Fairtrade nazionali per l'utilizzo del marchio sui propri prodotti. Eliminando Fairtrade attraverso “autocertificazioni” interne, si abbattono costi e soprattutto si aggirano gli obblighi di equità.

Uno dei punti di forza di Fairtrade è proprio nell’alleanza sancita con le imprese. Senza di loro, vendere i prodotti diventa difficile, e il prodotto offerto all’acquirente torna ad essere frutto di commercio e pratiche commerciali sleali. E non finisce qui, perché la riorganizzazione delle imprese non toglie solo remunerazioni più giuste, ma pure diritti.

Il commercio equo e solidale insiste sul fatto che i produttori prendono democraticamente decisioni di investimento, il che significa che gli agricoltori devono organizzarsi in collettivi o cooperative. Grazie al sistema Fairtrade questi collettivi finiscono al tavolo dei negoziati. Una cosa impensabile, se le industrie del settore decidono da sole, come industria, la sostenibilità dell’impresa.

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