"Meno carne non comporta per forza meno inquinamento", uno studio Ue contro i falsi miti sugli allevamenti

Una rapporto indipendente commissionato da Bruxelles mette in luce sui rischi di una transizione ecologica del settore zootecnico che punti soltanto sulla riduzione della produzione, tanto più di quella europea: "Può essere parte della soluzione alle sfide ambientali, non solo un problema"

Gli allevamenti non rappresentano solo un problema per la lotta al cambiamento climatico, ma possono essere parte della soluzione. Perché se è vero che contribuisce, e non poco, alle emissioni di gas serra, è anche vero che, grazie al mantenimento dei prati permanenti, il settore avvantaggia la biodiversità e rappresenta un importante pozzo di carbonio. Inoltre, le aziende zootecniche non vanno viste solo dal lato della produzione, ma anche dei beni e servizi che forniscono alle aree rurali. Infine, la carne: non è detto che diete con più frutta e verdure abbiano un minore impatto dal punto di vista della Co2. Né che ridurne la produzione, porti automaticamente dei benefici sotto il profilo ambientale. Sono queste le conclusioni a cui è giunto lo "Studio sul futuro del bestiame dell'Ue: come contribuire a un settore agricolo sostenibile?". Uno studio condotto da due esperti indipendenti per la Commissione europea. 

Lo studio parte non nega gli impatti ambientali e sulla salute umana della produzione zootecnica: gli europei mangiano ancora troppa carne (circa 70 chili a testa all'anno nel 2020) e soprattutto quella rossa, in caso di abusi, può favorire l'insorgenza di malattie come il cancro. Inoltre, Paesi come l'Italia e la Spagna, usano livelli eccessivi di antibiotici e questo alimenta il fenomeno sempre più preoccupante della resistenza antimicrobica nell'uomo. L'impatto negativo maggiore, però, riguarda l'ambiente: a oggi, ricorda lo studio, il comparto zootecnico, se si considerano le emissioni relative alla produzione, al trasporto e alla lavorazione dei mangimi, rappresenta quasi l'86% delle emissioni di gas serra dell'intero settore agricolo. Ossia quasi il 9% delle emissioni totali di Co2 su scala globale. 

Ecco perché la nuova strategia Farm to fork della Commissione Ue mira a ridurre tali impatti, anche prevedendo una riduzione dei consumi di carne. Ma qui, lo studio avverte: guai a perseguire falsi miti. Ridurre il consumo pro-capite non comporta automaticamente dei benefici (almeno al'ambiente), né vuol dire che i Paesi Ue debbano ridurre la loro produzione. I ricercatori sottolineano infatti l'importanza di non "scaricare" su Paesi terzi la produzione zootecnica, perché questo avrebbe come conseguenza l'effetto inverso, ossia un aumento delle emissioni su scala globale, vuoi per i sistemi di produzione adottati fuori dall'Ue, vuoi per i trasporti. Inoltre, ridurre la produzione in Europa avrebbe un impatto su un settore che vale 170 miliardi di euro, pari al 40% dell'attività agricola totale, dando lavoro a circa 4 milioni di persone. Infine, lo studio sottolinea come i consumi di carne siano già in riduzione da tempo nell'Ue, con una diminuzione del consumo di carne bovina e una sostituzione di carne suina con carne di pollame.

Per queste ragioni, lo studio invita ad affrontare la questione degli allevamenti partendo dal presupposto che tali aziende, se adeutamente ri-orientate, possano essere uno strumento "positivo" per la lotta al cambiamento climatico. Per esempio, il bestiame, in particolare i ruminanti, può avere un impatto positivo sulla biodiversità e sul carbonio del suolo attraverso il mantenimento di prati permanenti e siepi e l'uso ottimizzato del letame. Questi effetti positivi dipendono fortemente dal tipo di allevamento e dalle condizioni locali in cui si trovano.

Lo studio evidenzia l'efficienza della produzione zootecnica dell'Ue e sottolinea l'importanza di tenere conto non solo della produzione: l'allevamento del bestiame è più della semplice produzione alimentare e puo' essere parte attiva nella transizione verso un'economia più sostenibile. Le aziende zootecniche, secondo lo studio, dovrebbero evolversi per fornire una gamma di beni e servizi, piuttosto che essere guidati esclusivamente dall'obiettivo della produzione. Il clima, la salute e il benessere degli animali dovrebbero essere posti al centro dell'innovazione per i sistemi di allevamento di domani.

"L'innovazione sarà fondamentale per ridurre gli impatti negativi del settore, compreso l'uso di approcci agroecologici, tecnologia e maggiore circolarità - si legge - L'efficienza produttiva dovrebbe essere aumentata, implementando un mix di nuove tecnologie e pratiche agroecologiche. Ad esempio, gli approcci agroecologici che integrano più strettamente colture e bestiame e massimizzano la capacità del bestiame di utilizzare biomasse non commestibili per l'alimentazione umana possono fornire un margine per ridurre l'uso di pesticidi e fertilizzanti sintetici mantenendo la produttività e garantendo la conservazione delle risorse naturali".

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Infine, lo studio sottolinea anche l'importanza della governance per garantire la continuità delle aziende agricole ed evitare di mettere a rischio l'occupazione durante la transizione verso sistemi di allevamento sostenibili. La migrazione a tali sistemi dovrà essere incoraggiata dalle politiche pubbliche e ricompensata dalla visibilità e dai ritorni economici.oltura biologica.

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