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Domenica, 29 Maggio 2022
Ambiente&Clima

Produrre carne e latticini inquina quasi quanto l'Eni. La denuncia di uno studio europeo

Le emissioni delle principali aziende dell'allevamento sono pari a quelle del settore petrolifero. Nel mirino Danone e Nestlé. Per l'Italia: Amadori, Gruppo Veronesi e Inalca.

Le emissioni degli allevamenti intensivi che ci servono a produrre carne e latticini equivalgono quasi a quelle dell'industria del petrolio. Non è una provocazione, ma il risultato di un calcolo scientifico, realizzato dall'Istituto per l'agricoltura e la politica commerciale (Institute for Agriculture and Trade Policy - Iatp). Il rapporto rivela che bastano le 20 principali aziende europee del settore a produrre l'equivalente di oltre la metà delle emissioni totali di gas serra dell'Italia. In parole povere, se combinate, raggiungono l'apporto di anidride carbonica del gigante petrolifero Eni. "L'impronta climatica delle grandi aziende europee di carne e latticini rivaleggia con i giganti dei combustibili fossili, eppure continuano a operare impunemente”, ha affermato Shefali Sharma, direttrice europea dell'istituto che ha realizzato il dossier. Per l'Italia, figurano l'Inalca (carne bovina), Amadori (pollame), Pini group (maiali) e il Gruppo Veronesi. Quest'ultimo, ad esempio, compare tra le 5 principali aziende che emettono biossido di carbonio nell'ambito delle imprese che lavorano pollame.

Emissioni in aumento

I risultati del report emergono da uno studio più ampio, denominato "Emissions Impossible: Come Big Meat e i latticini europei stanno riscaldando il pianeta", il quale ha calcolato che le emissioni di CO2 delle 35 maggiori aziende di carne e latticini equivalgono al 7% delle emissioni totali dell'Ue nel 2018. La questione preoccupante è che il fenomeno è in crescita, nonostante l'emergenza climatica si faccia più pressante ed il tempo disponibile più esiguo, come emerge dalle cronache quotidiane nonché dagli allarmi lanciati nel corso della Cop26. L'allevamento di animali è responsabile del 17% delle emissioni europee ed è aumentato del 6% tra il 2007 e il 2018, si legge nel report. Tra i dieci principali Paesi responsabili di questa produzione massiccia di biossido di carbonia, oltre all'Italia, compaiono: Germania, Francia, Spagna, Polonia, Paesi Bassi, Danimarca, Irlanda, Belgio, insieme al Regno Unito, nel frattempo uscito dall'Ue. Solo tra il 2016 e il 2018, ben 7 aziende su 10 hanno incrementato le loro emissioni. Tra queste c'è Tönnies, l'azienda tedesca di carne che rifornisce la catena di supermercati Aldi, che ha visto il contributo di anidride carbonica crescere del 30%, mentre quelle del produttore irlandese di carne bovina Abp sono aumentate del 45%.

Marchi nel mirino: assenza di piani e strategie ingannevoli

L'analisi dettagliata svela che la metà di queste 20 imprese non avrebbe neppure piani o obiettivi climatici, come risulta per il produttore italiano di carne bovina Inalca. “La manciata di aziende che hanno piani per il clima si affidano a trucchi contabili, greenwash e dubbie compensazioni per distrarre dai cambiamenti fondamentali necessari per ridurre le emissioni, mentre scaricano molti dei costi e dei rischi sugli agricoltori delle loro catene di approvvigionamento", ha sottolineato Shefali Sharma. In sostanza, non sarebbero prese in considerazioni quelle misure radicali, ritenute indispensabili per il taglio delle emissioni.

Lo studio analizza imprese legate a marchi che siamo abituati a trovare nei banchi frigo dei principali supermercati. Danone e Arla, che produce il formaggio Castello, progettano ad esempio di compensare le loro emissioni attraverso pratiche che bloccano il carbonio nel suolo. Tuttavia, secondo il report, i benefici sarebbero limitati poiché il carbonio viene rilasciato rapidamente quando i terreni vengono manipolati o esposti a fenomeni quali inondazioni, siccità e incendi, ormai sempre più frequenti. Molte aziende, tra cui Nestlé, Danish Crown e l'olandese Vion, produttore di carne, progettano di compensare parte delle loro emissioni convertendo il letame animale nel cosiddetto "biogas". Anche questa misura viene considerata insufficiente.

La Nestlé secondo lo studio ricorrerebbe anche al cosiddetto greenwash, un modo per “pulirsi la coscienza” investendo in pratiche compensative in modo da esser considerate aziende dal bollino ecologico. In tal caso, le multinazionali sostengono di ridurre le emissioni attraverso "pratiche agricole rigenerative", ma il dossier rivela che si tratterebbe di pratiche mal definite, poco finanziate e che tendono a scaricare i costi sui piccoli agricoltori. Per la Nestlé, appunto, l'investimento nell'agricoltura rigenerativa corrisponde ad appena l'1,8% del suo fatturato del 2018, mentre la Danone la finanzia con l'equivalente di un solo giorno del suo fatturato annuale.

Poca trasparenza

Alla base del problema ci sarebbe anche la poca trasparenza dei dati forniti. Solo quattro aziende comunicano le emissioni della loro intera catena di approvvigionamento, mentre la metà tra loro non fornisce dati, inclusa la francese Groupe Bigard, nonché tutte le sei le aziende tedesche valutate (tra cui Tönnies, Westfleisch e Müller). Tra le imprese che si impegnano nella riduzione figurano solo Nestlé, FrieslandCampina (impegnata nella produzione di latticini e derivati) e l'irlandese Abv. I loro obiettivi restano davvero poco ambiziosi, se pensiamo che una multinazionale leader come Nestlé punta ad un taglio di appena il 4% entro il 2030. I ricercatori valutano dubbia anche l'efficacia delle soluzioni tecniche adottate. Ad esempio, la danese Crown e l'irlandese Dawn Meats, che rifornisce McDonald's, prevedono di usare integratori alimentari per ridurre le emissioni di metano dai rutti delle mucche. L'efficacia di questo metodo, secondo lo studio, è tutta da verificare.

Compensazione di carbonio: vera soluzione?

Domani, 14 dicembre, la Commissione europea pubblicherà la comunicazione sui "cicli sostenibili del carbonio", uno degli strumenti adottati per perseguire l'obiettivo “zero emissioni” dell'Ue entro il 2050. Una versione trapelata stabilirebbe un quadro per l'espansione degli schemi di compensazione del carbonio, a sostegno di “mercati volontari” di Co2. Insomma, anziché ridurre le proprie emissioni, le aziende potrebbero “acquistare dei crediti” da altri operatori che inquinano meno. Questo schema avrebbe un impatto limitato sul clima, ma fornirebbe benefici finanziari considerevoli proprio alle grandi multinazionali della carne e dei latticini, reputate tra le principali responsabili dei rischi climatici. A questo proposito, la Sharma dell'Institute for Agriculture and Trade Policy ha commentato: “La Commissione dovrebbe smettere di finanziare l'agricoltura industriale e sostenere la transizione verso pratiche agricole agroecologiche sostenibili basate su meno carne e di miglior qualità”.

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