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Mercoledì, 30 Novembre 2022
La battaglia

I bacini idrici anti siccità che non piacciono ad agricoltori e ambientalisti

Il governo Meloni pensa di finanziare nuovi invasi. Mentre in Francia un fronte composto da ecologisti e piccoli produttori ne contesta l'utilità

Costruire nuovi bacini idrici è una soluzione adeguata e sostenibile per far fronte alla siccità sempre più critica che affligge l'Europa? La questione comincia a farsi strada in Italia, dopo che il neo ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida ha annunciato l'intenzione di finanziare nuovi impianti di questo tipo. Nel frattempo, potrebbe essere utile guardare a quello che sta succedendo in Francia, dove il governo ha già avanzato un piano in tal senso, suscitando le proteste di un fronte variegato di ambientalisti e piccoli agricoltori: “No a un altro bacino” è il nome e lo slogan di questo collettivo. Una battaglia che forse potremmo vedere presto anche dalle nostre parti. Vediamo il caso francese per capire meglio le ragioni di chi vuole i nuovi invasi e di chi si oppone.

Impianti giganti

Nell'Esagono la polemica è esplosa a seguito delle manifestazioni organizzate a Sainte-Soline, nella regione occidentale di Deux-Sèvres, dove a fine ottobre ci sono stati anche scontri con le forze dell'ordine. Come ricostruisce il quotidiano Le Monde, il numero esatto dei bacini in Francia resta sconosciuto per varie ragioni. La maggior parte è stata creata dall'uomo, ma molti sono inutilizzati o dimenticati. Ci sono poi quelli illegali, mentre altri risultano danneggiati. Ciò nonostante, sotto il governo guidato da Emmanuel Macron, si sta progettando la creazione di sedici grandi bacini, che saranno localizzati soprattutto nel dipartimento delle Deux-Sèvres. Lo stoccaggio totale previsto è di 6,9 milioni di metri cubi entro il 2025. Si tratta di impianti artificiali, scavati, sigillati con una membrana di plastica e circondati da dighe.

Falde intaccate

Quello di Sainte-Soline, dove sono esplose le proteste, è il più grande e tramite l'acqua proveniente da sette pozzi genererà un volume totale di oltre 627mila metri cubi, coprendo poco più di 10 ettari. Per riempirlo ci vorranno una quarantina di giorni e un investimento di circa 60 milioni di euro. Il problema principale deriva dalla provenienza delle risorse idriche. Mentre i bacini posti in collina raccolgono le piogge dal terreno, da una diga fluviale o da una deviazione parziale di un fiume, questi impianti vengono riempiti quasi esclusivamente attingendo dalle acque sotterranee, con integrazioni eventuali dall'acqua dei fiumi. I dispositivi che pompano l'acqua funzionano ininterrottamente da novembre a fine marzo.

Risorse da condividere

La Federazione nazionale dei sindacati degli agricoltori difende a spada tratta l'intervento. In questo modo le aziende possono recuperare la preziosa risorsa prelevandola in inverno, anziché d'estate, quando è più carente. Si evita così di perdere le precipitazioni invernali, che altrimenti finirebbero a mare, sostiene l'organizzazione. Secondo gli oppositori i conti non tornano se si osservano altri fattori. Innanzitutto, nei mesi invernali le precipitazioni si infiltrano e ricaricano le falde acquifere, in modo tale da sostenere le sorgenti in estate. Uno studio pubblicato a giugno dal Ministero della Transizione Ecologica ha certificato che le risorse idriche rinnovabili in Francia sono diminuite del 14% dal 1990. D'altra parte, come nota il quotidiano francese, le precipitazioni invernali non sono una risorsa solo sul piano agricolo, dato che ne hanno bisogno anche la fauna e la flora acquatica. Inoltre sulla costa gli allevamenti di molluschi non possono svilupparsi senza acqua dolce, mentre le spiagge stesse necessitano di ricaricarsi tramite i sedimenti trasportati dai fiumi.

Modelli agricoli obsoleti

La Confédération paysanne, un sindacato che riunisce i piccoli produttori sostenitori di pratiche agro-ecologiche, ritiene che la pressione dei mega-bacini sulle risorse sia eccessiva e funzionale solo alle grandi aziende legate a vecchi modelli di irrigazione. “ Lo stoccaggio all'aperto espone la risorsa al riscaldamento e all'evaporazione, alla contaminazione da cianobatteri e al rischio di annegamento di un animale. Le falde acquifere sono già sotto pressione, e c'è il rischio che lo siano ancora di più se vengono abbassate anno dopo anno", ha dichiarato a Le Monde il portavoce del sindacato Nicolas Girod. L'alternativa è quella di un modello che favorisca invece l'infiltrazione dell'acqua tramite il ricorso a prati, siepi, rotazione delle colture e a coltivazioni prive di pesticidi.

Finanziamenti e impegni

I finanziamenti per questi impianti sono principalmente pubblici, ma la gestione è privata. La cooperativa Coop de l'eau 79, fondata dai membri delle Camere degli agricoltori e che porta avanti il progetto dei serbatoi nelle Deux-Sèvres, ritiene che gli impianti siano compatibili con la specificità del territorio dove saranno installati. La falda acquifera poco profonda sarebbe molto reattiva e si ricaricherebbe rapidamente, ha assicuraro a Le Monde il presidente della cooperativa Thierry Boudaud, quindi “dopo i primi cento millimetri di pioggia, i successivi si riverseranno comunque in mare". Il progetto dovrebbe inoltre garantire l'abbandono di circa 300 pozzi privati (sui 600 attivi), mentre per avere accesso all'acqua gli agricoltori si impegnano entro tre anni ad ampliare la copertura vegetale e a ridurre i pesticidi del 50%.

Colture idrovore

Nonostante questi impegni, gli attivisti contestano innanzitutto la gestione delle colture della zona, che provoca squilibri tra risorse esistenti ed esigenze produttive. Nel 2018 i cereali rappresentavano oltre il 70% delle superfici irrigate del bacino del Sèvre Niortaise, il fiume principale della regione. La quota di mais, coltura molto avida d'acqua nel mese di agosto, si è dimezzata negli ultimi dieci anni nella zona. Colpita da ripetute e gravi siccità, l'area era stata colpita da decreti di restrizione idrica a lungo termine. La regione è classificata dallo Stato come "zona di distribuzione idrica". Questo significa che presenta uno "squilibrio a lungo termine tra la risorsa e i prelievi idrici esistenti".

Aumentare la resilienza

I mega-bacini, secondo alcuni esperti, possono costituire una risposta solo sul breve termine, ma tutto il sistema di approvvigionamento, consumo e condivisione dell'acqua andrebbe rivisto. Come evidenziato nel rapporto 2021 dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), le pratiche e le colture agricole necessitano con urgenza di una profonda trasformazione per diventare più resilienti e rispondere in modo rapido e rispettoso dell'ambiente alle sfide poste dai cambiamenti climatici e dagli scossoni geopolitici, come nel recente caso della guerra in Ucraina.

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