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Martedì, 4 Ottobre 2022
Lo studio

Il latte di cammello, l'ultima frontiera per combattere i cambiamenti climatici

Da utilizzare al posto di quello di mucca per ridurre le emissioni nelle zone aride dell'Africa sub-sahariana

Sostituire (in parte) cammelli e capre alle mucche per la produzione di latte aiuterebbe la lotta ai cambiamenti climatici. Uno studio di recente pubblicato sulla rivista Nature dimostra come l'incremento di questi due animali negli allevamenti potrebbe contribuire a ridurre le emissioni di anidride carbonica e al contempo tutelare la produzione lattiero-casearia. In particolare, questo processo sarebbe possibile nelle aree dell'Africa subsahariana settentrionale (Nssa), dove l'aumento di aridità sta minacciando i mezzi di sussistenza e la sicurezza alimentare.

Nella ricerca è stata combinata la frequenza dello stress termico del bestiame, la produzione di mangime di sostanza secca e i dati sull'accessibilità dell'acqua per capire dove i cambiamenti ambientali nelle zone aride stanno mettendo a repentaglio la produzione di latte del bestiame. Gli esperti hanno dimostrato che in questi anni le condizioni ambientali sono peggiorate in circa il 17% dell'area di studio. All'interno del settore zootecnico, l'allevamento lattiero-caseario contribuisce a circa il 28% del Pil . Si tratta di un settore di sussistenza in grado di aiutare molte famiglie povere. Inoltre, come si legge nella ricerca, “i prodotti lattiero-caseari contribuiscono alla sicurezza alimentare di molte comunità nelle terre aride e semi-aride fornendo nutrienti essenziali e circa il 5% del fabbisogno energetico totale”.

La produzione di latte è aumentata notevolmente negli ultimi quattro decenni, con il 65% della produzione totale di latte proveniente da bovini, mentre il 25% da piccoli ruminanti e il 10% da cammelli. Questo incremento è in gran parte determinato dalla crescita del bestiame piuttosto che da una maggiore produttività. La domanda di latte è stata spinta sia dalla crescita della popolazione sia dalle variazioni del consumo pro capite. Gli esperti prevedono che la richiesta di questi prodotti triplicherà entro il 2050 rispetto ai livelli di consumo del 2000.

Uno dei nodi riguarda il fatto che l'allevamento per produzione di latte in Africa sub-sahariana ha le più alte emissioni di gas serra per kg di latte corretto per grassi e proteine rispetto ad altre parti del mondo. La sostenibilità di questa produzione inoltre è sempre più messa in discussione dall'impatto dei fattori di stress legati al clima, che incidono sull'accessibilità ai mangimi, sull'accesso all'acqua, sullo stress da calore e sui rischi di malattie.

Secondo le proiezioni lo stress termico è destinato ad aumentare. Per questa ragione un team di studiosi ha effettuato delle proiezioni per comprendere l'impatto di una diversa composizione degli allevamenti. Nel complesso, con una diminuzione della popolazione bovina del 24% (5,9 milioni di capi) e un aumento della popolazione di capre e cammelli rispettivamente del 14 e del 10%, si otterrebbe una composizione ideale della mandria. Con 7,7 milioni di capre e 1,2 milioni di cammelli, si otterrebbe un leggero aumento della produzione aggregata di latte, ma soprattutto un'efficace riduzione dell'acqua e del consumo di mangimi, nonché delle emissioni di gas serra. In questo campo non si tratta però solo di proiezioni.

In base a diversi studi, nelle aree dove le comunità di pastori nelle zone aride in Niger, Kenya, Etiopia e Sud Sudan hanno modificato la loro composizione del bestiame, passando dalle vacche ai piccoli ruminanti (principalmente capre) o cammelli hanno ottenuto risultati positivi, vantando una maggiore resilienza climatica, tollerano meglio la scarsità di mangime, sono capaci di produrre latte e carne in tutte le stagioni . In un sondaggio svolto nella comunità di Borana nel Kenya settentrionale, oltre il 71,5% delle famiglie intervistate ha confermato queste doti.

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