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Domenica, 5 Febbraio 2023
Foreste in pericolo

Stop alle importazioni in Ue di carne, cioccolata e mobili che causano la deforestazione

Raggiunto un accordo tra Consiglio e Parlamento: controlli sul 9% delle aziende che operano in Paesi ad altro rischio, ma manca un riferimento ai trattati internazionali che tutelano i popoli indigeni

L'Unione europea chiude la porta alle importazioni dai Paesi terzi di diversi prodotto che sono alla base della deforestazione del pianeta, anche se alcune possibili scappatoie per le aziende e una portata ritenuta da alcuni limitata del provvedimento, potrebbero indebolire l'intervento legislativo. Consiglio Ue e Parlamento europeo hanno siglato un accordo provvisorio per ridurre al minimo il rischio per i cittadini europei di inserire nel carrello della spesa prodotti importati e connessi a disboscamento e al "degrado forestale". Manca ancora l'adozione formale da parte di entrambe le istituzioni, ma i giochi sembrano fatti dopo poco più di un anno dalla proposta formulata dalla Commissione europea e a pochi mesi dalle modifiche approvate a Strasburgo. La soddisfazione è diffusa sia a livello istituzionale che dal lato delle organizzazioni ambientaliste che hanno promosso questa svolta, ma restano punti da chiarire rispetto ad un meccanismo che copre solo determinati prodotti e che prevede controlli limitati, affidandosi in primis all'autoregolamentazione da parte delle aziende interessate.

Agricoltura in espansione

Dietro la deforestazione galoppante in Paesi come il Brasile e l'Indonesia c'è il medesimo problema: l'estensione dei terreni agricoli per la produzione di beni, soprattutto alimentari (ma non solo), destinati non al consumo da parte delle popolazioni locali ma in altri Stati, inclusi quelli membri dell'Unione europea."I governi dell'Ue dovrebbero vergognarsi di aver aggiunto scappatoie per le loro industrie del taglio del legname e di aver protetto in modo inconsistente i diritti delle popolazioni indigene che pagano con il loro sangue per difendere la natura" ha dichiarato John Hyland, portavoce di Greenpeace Ue. Ma quali sono i cardini di questa normativa e perché non convince del tutto?

La lista dei prodotti

L'accordo stabilisce regole di due diligence (cioè un processo di investigazione interno), obbligatorie per tutti gli operatori e i commercianti che mettono in vendita o esportano una serie definita di prodotti destinati al mercato dell'Ue: olio di palma, carne bovina, legname, caffè, cacao, gomma e soia. Sta a loro verificare dai fornitori locali se i prodotti recuperati in Paesi terzi sono connessi alla deforestazione. Grazie alle pressioni degli eurodeputati, il campo di applicazione è stato ampliato anche a prodotti derivati, quali il cioccolato, i mobili, la carta stampata, il cuoio e alcuni ingredienti a base di olio di palma, molto utilizzati nell'ambito della cura della persona. Le istituzioni hanno lasciato al contempo la porta aperta per ampliare la portata della norma. Tra due anni, a seguito di una revisione, si potranno includere altri prodotti, come ad esempio il pollame o la carne di maiale. 

Controlli diversificati

Tra gli elementi emersi dall'accordo tra Stati membri e deputati ci sono i controlli: verranno effettuati dalle autorità competenti sul 9% degli operatori e dei commercianti che operano in Paesi "ad alto rischio", mentre per gli Stati a rischio standard si limita al 3% e appena all'1% per le aree a basso rischio. Altri controlli (sempre pari al 9%) verranno effettuati sulla "quantità di ciascuna delle merci e dei prodotti pertinenti immessi, resi disponibili sul loro mercato o esportati da Paesi ad alto rischio". Le verifiche così delineate lasciano un certo margine di manovra per chi non intende aderire alle regole fissate da Bruxelles, ma è soprattutto la distinzione in base ai livelli di rischio ad essere contestata. Se da un lato semplifica gli obblighi amministrativi per chi opera in aree a rischio standard e basso, dall'altro potrebbe indurre le aziende produttrici/importatrici a rifornirsi in aree del mondo sottoposte a minori verifiche, "spostando" altrove il problema.

Degrado forestale

C'è poi un limite temporale rilevante: solo i prodotti fabbricati su terreni che non sono stati oggetto di deforestazione dopo il 31 dicembre 2020 potranno essere immessi sul mercato dell'Unione o esportati. Questo significa che tutte le operazioni che hanno danneggiato le foreste e avvenute prima di tale data resteranno impunite sul piano commerciale. Importante invece la parte relativa al "degrado forestale". Basandosi su una definizione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), l'Ue intende con questo termine "i cambiamenti strutturali della copertura forestale, sotto forma di conversione di foreste che si rigenerano naturalmente e di foreste primarie in foreste di piantagione e altri terreni boschivi e di conversione di foreste primarie in foreste piantate". Questo significa che per incorrere nelle sanzioni non si deve necessariamente aver utilizzato una motosega per distruggere tutti gli alberi, ma anche semplicemente aver modificato le piante presenti nella foresta, passando da tipologie primarie (insostituibili) a quelle utili all'industria del legname.

Natura ristretta

Su questo punto però Greenpeace muove una critica, delusa da Bruxelles per non aver incluso nella tutela anche altre aree, come le savane e le torbiere: "Nei prossimi anni, l'Ue deve ampliare la sua attenzione per proteggere la natura nel suo complesso, non solo le foreste, e impedire alle aziende che distruggono la natura non solo di accedere al mercato dell'Ue, ma anche di ottenere prestiti dalle banche europee" ha commentato il portavoce della Ong. Quanto agli aspetti dei diritti umani legati alla deforestazione, è stato riconosciuto "il diritto al consenso libero, preventivo e informato delle popolazioni indigene", disponendo "sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive" per le aziende e rafforzando la cooperazione con i Paesi partner.

Popoli indigeni in pericolo

Una protezione che appare agli occhi di molti attivisti "inconsistente", tenuto conto della mole di minacce, omicidi e abusi subiti in questi anni dalle popolazioni indigene, non ultimo l'omicidio dell'esperto brasiliano Bruno Pereira e del giornalista britannico Dom Phillips, assassinati pochi mesi  in Amazzonia. "Il testo attuale limita la portata dei diritti umani alle leggi nazionali: ciò significa che se alcuni diritti delle popolazioni indigene o delle comunità locali non trovano riscontro nella legislazione nazionale, non saranno tutelati nemmeno dall'Ue", ha commentato Wwf Italia in un comunicato.

Le ammende

Quanto alle sanzioni, saranno "proporzionate al danno ambientale e al valore delle merci o dei prodotti interessati". Le istituzioni europee hanno stabilito che saranno fissate "ad almeno il 4% del fatturato annuo degli operatori nell'Ue", ma soprattutto prevedano l'esclusione temporanea dalle procedure di appalto pubblico e dall'accesso ai finanziamenti pubblici". Nelle prossime settimane i negoziatori si incontreranno per limare alcuni dettagli rimanenti e finalizzarne il testo. Al di là degli aspetti da migliorare, la portata della norma rimane storica, come rivendicano le 220 Ong che insieme ad 1,2 milioni di cittadini europei, scienziati e leader indigeni, hanno sostenuto attivamente la campagna #Together4Forests.

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