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ANSA/ALESSANDRO DI MEO

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Anche la produzione di carni e latticini contribuisce (e molto) al cambiamento climatico

Uno studio afferma che le cinque principali aziende mondiali inquinano più delle più grandi imprese petrolifere

Non sono solo le grandi fabbriche di acciaio o le imprese petrolifere ed energetiche ad essere responsabili dell'inquinamento atmosferico, ma anche quelle che producono carne e latticini, e in percentuali superiori a quelle che si possono immaginare. Secondo uno studio dall'Istituto per l'agricoltura e la politica commerciale (IATP) degli Stati Uniti e della Ong internazionale Grain, messe insieme le cinque più grandi aziende di carne e latticini del mondo (JBS, Tyson, Cargill, Dairy Farmers of America e Fonterra) sono già responsabili di più emissioni annuali di gas serra rispetto a ExxonMobil, Shell o BP.

Secondo il rapporto intitolato "Emissioni impossibili, quanto carne e prodotti lattiero-caseari stanno riscaldando il pianeta", le emissioni combinate delle 20 maggiori compagnie di carne e latticini superano le emissioni di intere nazioni come Germania, Canada, Australia o Regno Unito. Lo studio denuncia che "a differenza delle loro controparti nel settore energetico, le grandi aziende di carne e prodotti lattiero-caseari sono finora sfuggite al controllo pubblico sul loro contributo al cambiamento climatico”, e questo anche perché “mancano informazioni pubbliche sull'entità del loro impatto sulle emissioni di gas serra”. Lo studio afferma anche che se settori come energia, trasporti e altri “riescono a ridurre le emissioni in linea con gli obiettivi di Parigi mentre le aziende di carne e prodotti lattiero-caseari continuano ad aumentare la produzione, il settore zootecnico rappresenterà una parte sempre più grande del bilancio mondiale delle emissioni”.

Per questo per Grain “per evitare la catastrofe climatica, dobbiamo ridurre la produzione e il consumo di carne e prodotti lattiero-caseari nei paesi in sovrapproduzione e sovradimensionati e nelle popolazioni benestanti di tutto il mondo, sostenendo nel contempo una transizione verso l'agroecologia”.

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