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Martedì, 4 Ottobre 2022
Ambiente&Clima

Come funzionano le coltivazioni di alghe giganti, il futuro dell'alimentazione

Al largo della costa olandese è avvenuta la prima raccolta. Nel business 'sostenibile' investono giganti come Unilever e Shell, ma gli ambientalisti temono effetti negativi

Anche l'Europa si prepara a quella che potrebbe essere la svolta nutritiva dei prossimi anni: la coltivazioni di alghe al largo delle coste. La Bbc ha fatto visita nei giorni scorsi alla North Sea Farmers, un consorzio che sta effettuando test sulle 'piantagioni' offshore, assistendo alla prima raccolta meccanica al mondo avvenuta ad una certa distanza dalla costa. Molti investitori internazionali fanno pressioni sull'Unione europea affinché investa maggiormente in questo alimento, cavalcando l'onda della sostenibilità. Il settore è in realtà destinato ad alimentare affari da milioni di euro. Scopriamo meglio in cosa consistono queste coltivazioni offshore e quali sono i potenziali rischi per l'ambiente.

Il processo

La coltivazione di alghe avviene su una rete appesa sotto un tubo di plastica lungo 50 metri che galleggia sull'acqua, tenuto in posizione da delle boe, mentre due ancore stazionano sul fondo del mare. Il processo di raccolta avviene a circa 12 chilometri in mare aperto, tramite un peschereccio convertito che recupera meccanicamente i lotti. Una volta posizionata la barca, un braccio di taglio elettrico alto 8 metri viene spostato in acqua, tirando su il tubo e tagliando i lunghi fili di alghe dalla rete, che è larga circa 2 metri. L'alga viene poi automaticamente insaccata e lasciata cadere sul ponte. Dopo la raccolta il processo prosegue in appositi impianti dove le alghe vengono triturate e poi asciugate in appositi macchinari, che ogni azienda sviluppa e cerca di tenere “in segreto”. Prima della coltivazione vera e propria, le spore vengono trattate in un laboratorio, per essere poi poste su funi negli incubatoi. Una volta che le alghe iniziano a crescere, le linee vengono spostate in mare aperto, mentre il recupero avviene pochi mesi dopo.

Il business

Per capire il livello di interesse economico che genera il futuro business connesso alle alghe, bisogna andare a verificare chi finanzia le operazioni della North Sea Farmers. Tra i quasi 100 membri spiccano il gigante alimentare e dei beni di consumo Unilever, insieme all'azienda energetica Shell. Nel prossimo decennio puntano entrambe, insieme ad altri investitori, a potenziare questa coltivazione, dove attualmente a dominare è l'Asia, che genera circa il 97% del raccolto. Nel 2019 a livello mondiale il totale recuperato è stato di 35,8 milioni di tonnellate, di cui oltre la metà proviene dalle acque cinesi. Nello stesso periodo l'Europa ha prodotto appena 287.033 tonnellate, ovvero lo 0,8% del totale mondiale, con un dominio degli stock selvatici.

Le proprietà

Le alghe sono un alimento sempre più ricercato, data la varietà di usi che offre. Oltre al consumo umano come cibo, funge anche da additivo, da mangime per animali, da fertilizzanti per terreni. Inoltre può essere sfruttato come ingrediente nei cosmetici, come bio-imballaggio al posto della plastica, in qualità di biocarburante e per assorbire l'anidride carbonica. Sono migliaia i diversi tipi di alghe in tutto il mondo, ma sette sono quelle più raccolte.Tra queste figura la piropia, un'alga rossa utilizzata per preparare i nori, cioè i fogli essiccati con cui i giapponesi avvolgono il sushi.

Le pressioni

Nel 2020 è stato calcolato in 40 miliardi di dollari il valore dell'industria mondiale delle alghe. Secondo lo stesso studio, questo dato è destinato a salire fino a 95 miliardi di dollari entro il 2027. Le coltivazioni europee su larga scala provano ad inserirsi in un business che si prospetta essere sempre più redditizio. Per questa ragione, i gruppi commerciali che hanno investito nel settore stanno facendo pressione sull'Unione Europea affinché produca otto milioni di tonnellate di alghe d'allevamento entro il 2030.  Il sostegno finanziario di Bruxelles per questi progetti ad oggi ha già raggiunto i 273 milioni di euro.

Dove si investe

Tra i più rapidi a muoversi c'è il governo olandese, che propone di riservare 400 km quadrati delle sue acque territoriali nel Mare del Nord per coltivazioni su larga scala. Germania e Repubblica d'Irlanda seguono di pari passo gli sviluppi. Ci sono poi aziende che si stanno già muovendo per produrre anche fuori dei confini dell'Ue, come l'azienda olandese The Seaweed Company sta coltivando alghe nelle acque marocchine e indiane, oltre che nel suo Paese d'origine e in Irlanda.

Sostenibilità e rischi

Tra i vantaggi del settore figura l'assenza nell'utilizzo di terra, acqua dolce o fertilizzanti. In un mondo sempre più urbanizzato, bloccato tra siccità e costi produttivi alle stelle, le alghe offrono opportunità insperate, convenienti e all'apparenza “sostenibili”. Non tutti però concordano sull'assenza di impatti ambientali. Una coalizione di oltre 30 organizzazioni europee, impegnate nella protezione dei mari europei e degli oceani, temono che le alghe coltivate possano avere ripercussioni negative, danneggiando altri organismi marini. La rapida crescita di queste industrie sottomarine, potrebbe provocare danni irreparabili. "Una delle domande più importanti è l'impatto della coltivazione delle alghe sull'equilibrio dei nutrienti del mare", ha spiegato alla Bbc Reinier Nauta, ricercatore specializzato in alghe presso l'Università di Wageningen nei Paesi Bassi, sottolineando che la coltivazione di alghe su larga scala potrebbe comportare un calo del fitoplancton, un alimento importante per i pesci, che a loro volta alimentano foche e focene.

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