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Giovedì, 26 Maggio 2022
Ambiente&Clima

"Troppi soldi ad allevamenti e olivicoltura intensivi". Ambientalisti contro gli eco-schemi italiani

Nel Piano strategico nazionale secondo le associazioni riduzione emissioni Co2 e pesticidi senza obiettivi chiari. Bene il biologico, ma resterebbero in piedi i privilegi dell'agroindustria

Preserva i 'privilegi' di settori come la zootecnica al Nord e l'olivicoltura al Sud, senza avere obiettivi realmente ambizioni nella transizione agroecologica, richiesta dall'Unione europea. Questa la critica espressa contro l'Italia da 17 associazioni, riunite sotto la sigla #CambiamoAgricoltura, cui aderiscono tra le altre Terra, Greenpeace, Federbio e Medici per l'ambiente. Le 17 realtà ambientaliste hanno analizzato in un documento (disponibile qui) il Piano Strategico Nazionale della Pac 2023-2027 (Psn), inviato dal Ministro dell’agricoltura, Stefano Patuanelli, alla Commissione Ue il 31 dicembre scorso. Nonostante le indicazioni inserite nel Green Deal e nella strategia Farm to Fork, orientate ad una “svolta verde europea”, il Piano riproporrebbe un modello di agricoltura non sostenibile, andando in direzione opposta a quella richiesta dai cittadini europei.

Al centro dei rilievi c'è l’impostazione degli eco-schemi, che secondo le associazioni firmatarie rivelano “la finalità prevalente di compensare la riduzione dei contributi ai settori ritenuti penalizzati dalla revisione dei titoli storici e dalla convergenza interna”. In sostanza, la logica adottata dal ministero sarebbe quella di assicurare un'adeguata compensazione delle perdite di reddito diretto, stabilite dalla Commissione per determinati settori, privilegiando la zootecnia del nord Italia e l’olivicoltura del centro-sud. Secondo i calcoli, i due eco-schemi destinati a questi settori impegnano il 58,5% delle risorse previste complessivamente per i cinque eco-schemi disegnati nel Piano italiano. “Gli eco-schemi dovrebbero invece premiare gli impegni volontari degli agricoltori per il contrasto dei cambiamenti climatici, per la tutela della biodiversità e dell’ambiente”, si legge nel documento. Il Psn determinerebbe inoltre una forte disparità tra i premi attribuiti agli eco-schemi e quelli previsti per gli impegni agro-climatico-ambientali dello sviluppo rurale, che prevedono spesso analoghi impegni con finalità simili, ma con premi decisamente inferiori. Questa impostazione andrebbe a creare “una vera e propria competizione, a discapito delle pratiche più efficaci per la transizione agroecologica”.

Altra criticità rilevata riguarda i pesticidi. Il Pns sarebbe privo di obiettivi quantitativi da perseguire entro il 2027. Questa mancanza dovrà però essere risolta nella versione definitiva del Piano, in particolare indicando gli obiettivi di riduzione dell’uso dei prodotti fitosanitari, dei fertilizzanti chimici, degli antibiotici e l’incremento delle aree destinate alla conservazione della biodiversità naturale e al mantenimento del paesaggio rurale. Gli unici risultati determinati in modo chiaro riguardano l’agricoltura biologica: l'Italia mira al 25% di superficie agricola certificata entro il 2027, con un massimale del 30% entro il 2030. Pur esprimendo soddisfazione rispetto a questo punto, le associazioni valutano poco ambiziosa la meta. Dato che il nostro Paese parte con una percentuale del 15,8% al 2021, si sarebbe potuto aspirare ad un incremento fino al 40% entro il 2030.

Sotto la lente dell'indagine finisce anche il tema della conservazione della natura, attraverso la tutela e ripristino della biodiversità naturale. Un obiettivo che il Piano nazionale avrebbe sottovalutato, non imponendo in tutti i settori necessari la rotazione delle colture e la definizione di spazi riservati alla natura, come aree boschive nelle coltivazioni. Questa scarsa attenzione sarebbe confermata dall’assenza di un eco-schema dedicato al mantenimento delle aree funzionali alla tutela della biodiversità e degli elementi naturali del Paesaggio. Una “lacuna che mette in seria discussione il target del 10% indicato dalla Strategia Ue Biodiversità 2030”, scrivono le associazioni. Sempre in materia ambientale, resta vago l'obiettivo di riduzione delle emissioni per attutire gli effetti del cambiamento climatico. Rimarrebbe in piedi un modello tradizionale di zootecnia intensiva, per il quale non è prevista una vera e propria ristrutturazione mirata a sfruttare la reale potenzialità della produzione di mangimi e foraggi, che il nostro Paese acquista invece da Paesi extra Ue, “esternalizzando” in questo modo le emissioni.

Le associazioni ricordano infine che è la stessa agricoltura ad essere la prima “vittima” dei cambiamenti climatici e dei conseguenti eventi catastrofici, come inondazioni e siccità. Ostacolare un cambiamento radicale, che oggi potrebbe essere facilitato dai fondi europei, rischia di generare effetti catastrofici su tutto il settore, in particolare su quelle aziende che recupereranno sussidi senza modificare in concreto le loro pratiche nocive. Il Piano strategico nazionale dovrebbe essere approvato in via definitiva entro l’estate 2022, con la nuova Pac che diventerà operativa nel gennaio 2023. Per l’Italia la posta in gioco è di circa 34 miliardi fino al 2027, che possono arrivare a quasi 50 miliardi considerando il cofinanziamento nazionale dei fondi destinati allo sviluppo rurale. Le Associazioni confidano che la Commissione faccia gli opportuni rilievi, affinché il Ministero dell'agricoltura modifichi i punti critici del Piano.

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