Sabato, 18 Settembre 2021
Ambiente&Clima

Latte vegetale, l'Italia è il Paese che lo tassa di più in Ue

È considerato come un bene di lusso e per questo la differenza di imposte con quello vaccino è addirittura del 450 per cento

Sempre più italiani hanno iniziato a consumare alternativa vegetali al latte. Bevande a base di soia, avena, cocco o riso vengono scelte per questioni legate al benessere proprio o del pianeta o semplicemente per una questione di gusto. Ma è una scleta costosa, anche perché il nostro Paese è quello che in Europa tassa di più questi prodotti. In Italia il latte vegetale è considerato come un bene di lusso, ed ha un'imposta al 22 per cento contro solamente il quattro di quello vaccino, ritenuto invece un bene di prima necessità. A livello Ue da noi c'è il maggior gap tra i due prodotti, con una differenza di tassazione di un esorbitante  450 per cento. Paesi come la Francia, il Belgio e i Paesi Bassi non 'discriminano' invece il latte vegano, applicandogli la stessa Iva di quello di derivazione animale.

Le emissioni degli allevamenti

Lo rivela il “MeatAtlas2021”, recente report finanziato dalla Commissione europea, secondo cui per proteggere il clima e la biodiversità è necessario che il consumo di carne e derivati venga dimezzato, e quindi si dovrebbe incentivare e non ostacolare il consumo di latte vegetale. Lo studio sottolinea che “da soli i cinque giganti della carne e del latte, JBS, Tyson, Cargill, Dairy Farmers of America e Fonterra, producono più emissioni all'anno dei grandi produttori di petrolio come Exxon, Shell o BP", e che prese insieme le pià grandi 20 aziende di bestiame sono responsabili "di più emissioni di gas serra di Germania, Gran Bretagna o Francia”.

Il report sottolinea che i maggiori consumatori di carne e derivati sono i Paesi sviluppati con un consumo pro capite annuale di 68,6 chili contro solamente i 26,6 chili del resto del mondo. A livello europeo, la Spagna risulta essere la nazione più golosa di carne, con un consumo annuale pro capita superiore ai 100 chili mentre l'Italia si attesta a poco più di 80.

Per riuscire a dimezzare il consumo di carne e derivati sarebbe necessario che gli Stati implementino delle politiche atte a incentivarne la loro riduzione ma il regime fiscale dello Stato italiano incentiva piuttosto quello di origine animale. Nell’Agosto del 2018, la senatrice Paola Taverna (M5S) aveva provato a introdurre un disegno di legge per ridurre l’Iva sui latti vegetali al 5%, ma il provvedimento non fu mai approvato.

L’importanza delle politiche pubbliche

Secondo il report i Paesi dovrebbero fare l'esatto contrario di quello che fa l'Italia e aumentare la tassazione sulla carne e diminuire quella sui prodotti vegetali. Dovrebbero inoltre implementare la vendita di prodotti vegetali nelle mense. Ma lo studio lamenta che il freno maggiore a questo tipo di decisione sia posto dai gruppi di interesse che si oppongono a questo tipo di misure mentre i cittadini sarebbero favorevoli. Uno studio del Swiss Federal Institute of Technology afferma infatti che oltre il 50 per cento dei cittadini cinesi, tedeschi e statunitensi sarebbero favorevoli a politiche atte a limitare il consumo di carne.

L’Ue sta provando a prendere decisioni e implementare leggi sempre più eco-friendly. Ha infatti inserito all’interno del Green Deal l’iniziativa Farm to Fork che si pone come obbiettivo per il 2030 di “ridurre l'uso complessivo e il rischio di pesticidi chimici del 50 per cento, coltivare il 25 per cento dei terreni agricoli dell'Ue in modo biologico, ridurre le perdite di nutrienti (specialmente di azoto e fosforo) di almeno la metà, ridurre l'uso di fertilizzanti del 20 per cento e dimezzare i rifiuti alimentari pro capite a livello di vendita al consumatori”.

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