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Mercoledì, 1 Febbraio 2023
Cibo & sostenibilià

In aumento l'olio di palma sostenibile, ma i produttori lamentano: "Regole severe solo per noi"

Nel 2021 oltre 14 milioni di tonnellate di prodotto certificato, nel 2014 era poco più della metà. Secondo l'associazione di categoria tutti gli obblighi però sono a carico dei coltivatori

Troppe responsabilità solo sugli agricoltori per produrre olio di palma tracciabile e che non sia causa della deforestazione dei polmoni del pianeta. Questa la visione espressa da una rete di coltivatori impegnati per una produzione sostenibile di un olio tanto essenziale quanto criticato a livello mediatico. Lo scetticismo proviene direttamente dalla bocca di Datuk Carl Bek-Nielsen, co-presidente del consiglio di amministrazione della Tavola rotonda sull'olio di palma sostenibile (Rspo) e al contempo uno dei principali produttori della Malesia.

Asticella troppo alta

In un'intervista al settimanale malese The Edge Markets, l'uomo d'affari ha rivelato di non credere che l'olio di palma sostenibile diventerà la norma a causa di standard troppo elevati per ottenere le relative certificazioni, e di una scarsa solidarietà da parte degli altri attori commerciali coinvolti. Le regole più severe, richieste soprattutto per poterlo commerciare in Europa, in questi anni hanno condotto ad importanti risultati per rendere il settore più rispettoso dell'ambiente e dei diritti dei lavoratori. Al tempo stesso, gran parte del mercato mondiale rimane indifferente rispetto a questi obiettivi. "Non credo in questa terminologia di rendere l'olio di palma sostenibile la norma, non lo sarà perché l'asticella è semplicemente molto, molto alta", ha affermato Bek-Nielsen, ammettendo poi che è un veicolo per spostare il settore verso standard migliori.

Maturità delle certificazioni

La Tavola rotonda sull'olio di palma sostenibile (Rspo) ha ormai raggiunto l'età adulta avendo compiuto 18 anni nell'aprile di quest'anno. I risultati di questo percorso di crescita non sono mancati. Nel 2021 la produzione certificata (Cspo) ha raggiunto i 14,7 milioni di tonnellate, in aumento del 5,5% rispetto all'anno precedente. Un passo da gigante se si pensa che nel 2014, appena sette anni fa, si stimava questa produzione ferma a 8,16 milioni di tonnellate, mentre era pari a zero alla data di nascita dell'ente. Nonostante i risultati raggiunti, il co-presidente ha rivelato i suoi dubbi. “Non è possibile rendere l'olio di palma sostenibile la norma", ha dichiarato, "per il semplice motivo che il traguardo Rspo è già cresciuto così tanto che il 70% dei produttori mondiali di palma non sarà mai in grado di soddisfare i suoi standard molto, molto severi". Gran parte della produzione mondiale di olio di palma proviene da due Paesi: dall'Indonesia arriva il 57,5% mentre dalla Malesia il 25,8%. Proprio in questi due Stati sono nate altre organizzazioni nazionali impegnate, tramite autonome certificazioni, per migliorare la sostenibilità delle coltivazioni.

Perché è così diffuso

L'olio di palma è il grasso vegetale più utilizzato al mondo, con una quota del 35% di tutti gli oli, avendo un'altissima resa e richiedendo molto meno terreno ed acqua rispetto ad esempio alle coltivazioni di girasole, arachide, oliva e soprattutto di mais. Inoltre è ampiamente utilizzato dall'industria agroalimentare perché in grado di sostituire in modo naturale i grassi idrogenati. Le adesioni alla tavola rotonda sono finora ferme al 20% dei produttori totali. Bek-Nielsen ha sostenuto di voler tentare comunque di far "salire a bordo" ancora molti coltivatori, con l'obiettivo di incrementare le adesioni fino ad un 30-40%. A spingere verso l'opzione della sostenibilità è soprattutto la volontà di commerciare con i mercati occidentali, dove si è creata una maggiore consapevolezza ambientale, sociale e di governance. Secondo il co-presidente, senza l'intervento della Tavola rotonda questi ostacoli avrebbero escluso l'olio di palma da regioni come l'Unione Europea e gli Stati Uniti.

Le attenzioni dell'Europa

L'Ue in particolare risulta come terzo consumatore mondiale nel 2021 con 7,35 milioni di tonnellate, subito dopo Indonesia e India. Proprio l'Europa è vista come leader globale nella promozione della certificazione, consumando in larga parte prodotto classificato come sostenibile. Il lavoro di informazione e promozione, affinché questo grasso vegetale non venisse bandito e boicottato, ma importato solo ove rispettasse determinati standard, è stato svolto principalmente dall'Alleanza europea di olio di palma. Nel suo ultimo rapporto, l'ente ha attestato che nel 2021 la quota di importazioni sostenibili ha raggiunto il 93%. A fronte di questi dati l'organizzazione ha appena comunicato che dal primo gennaio 2023 non sarà più operativa, avendo raggiunto gli obiettivi che si era prefissata.

Catena disequilibrata

Un grandissimo lavoro rimane da fare invece in altri mercati e soprattutto lungo la catena di produzione. Proprio lì alcuni "anelli" avrebbero preferito sottrarsi alle loro responsabilità. L'adozione della certificazione Cspo si attesta attualmente al 64%. Una cifra ritenuta "inaccettabile" da Bek-Nielsen, che accusa di "ipocrisia" tutti coloro che criticano l'olio di palma senza però adoperarsi per acquistare e commerciare quello sostenibile. “Abbiamo prodotto e contribuito a trasformare uno dei prodotti agricoli più grandi al mondo, di cui il 20% è ora certificato come sostenibile" ha sottolineato l'imprenditore, chiedendosi incredulo: "Come può essere che l'assorbimento di tutto quel prodotto sia solo del 64%?". La chiave di volta, secondo l'uomo d'affari, non sarebbe quella di rendere gli standard ancora più severi, ma di aumentare il ruolo della responsabilità condivisa tra commercianti, trasformatori e aziende che utilizzano olio di palma nei loro prodotti alimentari. Sarebbero loro i primi a dover essere coinvolti maggiormente ed essere obbligati anch'essi a rispettare determinati criteri di sostenibilità.

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