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Giovedì, 1 Dicembre 2022
Ambiente&Clima

Meno hummus e panelle. Il riscaldamento globale ha ridotto del 20% la produzione di ceci

Condizioni meteo avverse nelle Americhe, India e Medio Oriente spingono a preferire altre colture. Incide anche la guerra: produzione bloccata a Kiev, mentre Mosca riduce l'export

Condizioni meteorologiche avverse e guerra in Ucraina continuano a colpire tante colture alla base della nostra alimentazione. Stavolta si tratta dei ceci, la cui produzione globale dovrebbe diminuire del 20% in base alle previsioni di varie organizzazioni commerciali. A risentirne sarà tutta una serie di pietanze, ormai reperibili anche in versione industrializzata, come ad esempio l'hummus, la salsa a base di ceci e pasta di semi di sesamo tipica di vari Paesi del Mediterraneo e ormai reperibile in molti supermercati.

Il calo previsto ed i conseguenti danni sono stati calcolati dalla Global Pulse Confederation di Dubai, che rappresenta gli attori dell'industria dei legumi, inclusi coltivatori, ricercatori, commercianti ed esportatori. I ceci sono un elemento essenziale delle diete di numerosi Paesi, essendo ricchi di proteine e potendo cucinarli in numerose ricette: con la pasta, inseriti in stufati e zuppe, mixati per farne creme e vellutate o trasformati in farina, per diventare celebri piatti regionali come le panelle siciliane o la tipica cecina toscana. Oltre che nel Mediterraneo, sono fondamentali nelle diete delle popolazioni dell'India e del Medio Oriente, tra i luoghi più colpiti dalla crescente crisi del settore alimentare.

La loro popolarità è in crescita anche negli Stati Uniti, che ormai risulta essere il quarto esportatore mondiale di ceci. Le aziende statunitensi, che li piantano direttamente in India e in Medio Oriente, dichiarano una riduzione delle coltivazioni a causa del maltempo che ha bloccato le semine primaverili. È stata data invece priorità a colture più redditizie come il grano e il mais. Le scorte statunitensi sono oggetto di battaglia tra i principali acquirenti dell'Asia meridionale e del Mediterraneo, che stanno provando ad accaparrarsi le scorte, in calo a livello mondiale.

A gravare ulteriormente la situazione c'è l'invasione russa dell'Ucraina, dato che entrambi i Paesi sono produttori di ceci. Le esportazioni di Mosca ammontano a circa 200-250mila tonnellate all'anno. "Quando è scoppiata la guerra tra Russia e Ucraina, la domanda ha avuto un'impennata", ha affermato Jeff Van Pevenage, amministratore delegato della Columbia Grain International, azienda che commercializza e fornisce cereali e legumi con sede a Portland. "Abbiamo riscontrato una forte domanda da parte della Cina, poi sono arrivate le chiamate da parte dei clienti in Pakistan e Bangladesh".

Tabula rasa a Kiev e dintorni, dove la guerra ha impedito interamente la semina di questo legume, eliminando 50mila tonnellate destinate di norma all'Europa. Incidono anche le sanzioni nei confronti Vladimir Putin e dei suoi sodali, volte a ridurre l'accesso della Russia al sistema finanziario globale. Gli acquisti dei prodotti agricoli di Mosca, seppur non vietati, risultano ostacolati e molti acquirenti rinunciano per evitare complicazioni nei pagamenti. Un danno ingente al commercio globale, tenuto conto che la Russia rappresenta il primo esportatore di ceci, detenendo il 25% circa del mercato.

Ulteriori problematiche sono sorte da ritardi nelle spedizioni delle navi nell'oceano Pacifico, per cui alcuni commercianti sono stati costretti a spedire i container su rotaia affrontando percorsi ben più costosi per soddisfare gli ordini, con ritardi a catena. Negli Stati Uniti in alcuni cais le linee ferroviarie sovraccariche si sono bloccate, per cui i ceci sono arrivati al porto troppo tardi: le navi erano già salpate. La piaga più grave resta comunque la siccità, che ha impedito a molti agricoltori di seminare, in particolare in Messico. Secondo il dipartimento dell'Agricoltura, negli Stati Uniti sono stati piantati quasi il 5% in meno di ettari quest'anno.

Noti come “legumi da granella” e con semi ricchi di proteine, i ceci sono soggetti a malattie che possono richiedere costosi fungicidi. Con i prezzi per questi input agricoli sempre più alti, molte aziende hanno rinunciato e la scarsità delle scorte (- 10,5% negli Usa rispetto all'anno precedente) ha contribuito a far salire i prezzi al dettaglio. Sugli scaffali statunitensi risultano aumentati del 12% rispetto all'anno scorso e di quasi il 17% rispetto al periodo precedente la pandemia.

Una ricerca di Shree Sheela International, una società indiana di intermediazione e consulenza nel settore dei legumi, attesta che la domanda globale di ceci sta già superando le scorte, ragion per cui la Turchia ha imposto un divieto di esportazione. Sul lungo termine i danni di questa situazione rischiano di incidere non solo sul commercio, ma anche sull'obiettivo, sostenuto dall'Unione europea, di ridurre le proteine animali a vantaggio di quelle vegetali per garantire sostenibilità e salute.

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