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Mercoledì, 22 Maggio 2024
Università e agricoltura

"Formati per lavorare con chi distrugge il pianeta": la protesta degli studenti agronomi

A Bruxelles e Parigi c'è fermento contro programmi considerati obsoleti e sottomessi alle multinazionali del cibo. Manca la formazione sull'agroecologia

Programmi obsoleti, senza impronta sociale e distanti dalle sfide imposte dai cambiamenti climatici. Tra i banchi e i laboratori dell'Università Libera di Bruxelles (Ulb) c'è un certo fermento, in particolare tra chi studia bioingegneria ed agraria. Il corpo docente è accusato di essere rimasto fermo all'epoca degli organismi geneticamente modificati, che nel frattempo hanno mostrato tutti i loro limiti, mentre pochissimo o nullo è lo spazio lasciato all'agroecologia, che molti esperti reputano l'unica strada possibile per coniugare la produzione agricola con la tutela del suolo e della biodiversità. Mentre in Italia Giorgia Meloni propone il "liceo del Made in Italy" per celebrare il comparto agroalimentare italiano, c'è chi mette in discussione in blocco un sistema che per certi aspetti si sta rivelando estremamente dannoso.

In ritardo sulla svolta

Come racconta la Rtbf (la tv pubblica belga) un centinaio di studenti di varie facoltà si sono riuniti per mettere in discussione la loro formazione. "Molti esperti dicono che la soluzione che dobbiamo adottare è l'agroecologia. Ma quando guardiamo i programmi dei corsi, siamo lontani da tutto questo. In alcune università non si parla nemmeno di agroecologia!", ha denunciato Fabre, studente di agronomia. Secondo altri, alcuni corsi sarebbero troppo favorevoli agli Ogm e ai colossi dell'agroindustria. A questo si associa un grave ritardo, legato sia alla scarsa esperienza sul campo sia all'assenza di integrazione con le scienze sociali. "Avere ingegneri che pensano solo tecnicamente non è affatto compatibile con le sfide attuali", ha spiegato ancora Fabre.

I disertori francesi

La protesta di Bruxelles non è isolata. Riprende le rivolte degli studenti francesi della prestigiosa scuola AgroParisTech, scuola d'élite specializzata in scienze connesse ad agricoltura ed alimentazione, che lo scorso anno hanno chiesto ai compagni di unirsi a loro per abbandonare l'industria agrotecnologica. Durante la cerimonia di laurea nel maggio 2022, otto studenti avevano lanciato una "chiamata alla diserzione", forti del sostegno di circa 400 colleghi. “Molti di noi non vogliono fingere di essere orgogliosi e meritevoli di ottenere questo diploma al termine di una formazione che in genere spinge a partecipare alla devastazione sociale ed ecologica in corso” aveva dichiarato Lola Keraron durante un discorso filmato in un video che al momento ha raggiunto quasi un milione di visualizzazioni su Youtube. "Vediamo che l'agrobusiness sta conducendo una guerra contro il mondo vivente e contro gli agricoltori di tutto il mondo", aveva precisato la neolaureata.

Giganti dell'agroalimentare

I rivoltosi avevano inoltre evidenziato come ogni anno centinaia di studenti siano formati per svolgere lavori "distruttivi" e "dannosi" che prevedono "la manomissione delle piante nei laboratori delle multinazionali che schiavizzano sempre più i contadini". Significativo che questa prima potente protesta sia avvenuta proprio in Francia, grande produttore agricolo dell'Ue, che ha sviluppato la sua enorme industria grazie all'agricoltura intensiva, ai pesticidi e a tecnologie innovative. Le oltre 15mila aziende impegnate nell'agroalimentare hanno generato nel complesso 198 miliardi di euro, dando lavoro a oltre 433mila persone. Nonostante questi risultati, una parte dei futuri lavoratori d'élite di questo sistema non sembra disposta a fornire il proprio contributo ai disastri che esso comporta.

Autoraccolta nei campi

C'è già chi ha già preso un'altra strada. La stessa Keraron oggi lavora come giornalista, contribuendo alla piccola rivista Revue Silence, che mira ad un progetto di decrescita e all'ecologia sociale. C'è poi chi ha deciso di affondare le mani nella terra, come si faceva una volta. È il caso di Amélia Baybay, laureata in bioingegneria all'Ulb, che invece di andare a lavorare nell'industria alimentare ha preferito coltivare direttamente un orto ad Ohain in Belgio. Una scelta alla'apparenza "old style", ma che potrebbe essere la chiave per una nuova modernità sostenibile. Con la collega Marine Lewuillon, anche lei bioingegnere, Amélia ha creato un progetto alimentare basato sull'auto-raccolta e battezzato Filons Vert. "Quest'anno abbiamo in programma di sfamare 170 persone. E alla fine, 230", ha spiegato l'ideatrice. Secondo lei continuare a parlare solo delle rese maggiori garantite dagli Ogm senza inquadrare nel complesso le varie alternative, come il biologico e l'agricoltura rigenerativa, è "lo specchio dell'arretratezza della società". Seppure un po' scoraggiata da uno stipendio di gran lunga inferiore (1200 euro netti anziché i 2500 netti che spetterebbero a inizio carriera ad un bioingegnere), Amélie dice di non avere rimpianti.

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