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La Brexit diventa l'incubo dei pescatori britannici: per esportare in Ue tempi triplicati e nuovi costi

Quello che nella propaganda di Londra era uno dei settori che avrebbe ottenuto maggiori guadagni dal divorzio dall'Europa è alle prese con una realtà che si mostra, ameno per ora, molto differente dalle aspettative

Sempre più pescatori britannici stanno rinunciando a vendere ai Paesi europei il pesce e i molluschi catturati nelle acque del Regno Unito a causa delle barriere commerciali imposte dalla Brexit. Il premier Boris Johnson ha battuto i pugni per mesi ai tavoli Ue per ottenere quote di cattura dai pescherecci europei che sfruttano le acque britanniche e per riprendere la piena sovranità del mare sotto il controllo di Londra. Ma il ritorno agli adempimenti burocratici delle esportazioni di un Paese ormai extra-Ue starebbero scoraggiando le imprese britanniche a vendere nel mercato europeo, che notoriamente acquista la metà dell’intero prodotto del settore ittico britannico. 

Nuovi costi e tempi lunghi

“I frutti di mare deperibili sono stati la prima vittima delle nuove barriere commerciali di Boris Johnson”, scrive il quotidiano The Independent. Secondo l’agenzia Reuters a rendere non redditizie le vendite oltremanica dei pescatori britannici è stata la reintroduzione dei certificati sanitari, delle dichiarazioni doganali e altri documenti che richiedono giorni e, oltre a allungare i tempi di consegna della merce, costano centinaia di sterline per ogni carico. Operatori del prospero mercato ittico scozzese affermano che con l’anno nuovo sono arrivati anche i nuovi tempi d’attesa per i certificati sanitari. Si stima che ci vogliono circa cinque ore per avere il documento prerequisito essenziale per completare il resto della burocrazia. Nella prima settimana lavorativa dopo la Brexit - sostiene ancora l’agenzia Reuters - le procedure che prima richiedevano un giorno si sono allungate a tre o più giorni. Un gruppo del settore ha chiesto alle barche di smettere di pescare gli stock esportati per concentrarsi sul meno remunerativo pesce che viene venduto sui mercati britannici.

Il sogno che diventa un incubo

Il pesce è un prodotto altamente deperibile e l’interruzione del flusso continuo di merce oltreconfine minaccia ora l’intero settore. Donna Fordyce, amministratrice delegata di Seafood Scotland, ha spiegato che “le ultime 48 ore hanno davvero prodotto ciò che ci si aspettava”, ovvero “nuove barriere burocratiche anziché tariffarie e nessun organismo con gli strumenti per essere in grado di risolvere la situazione”. “È una tempesta perfetta per gli esportatori di prodotti ittici scozzesi”, ha aggiunto Fordyce. Il comparto “già indebolito dal Covid-19 e dalla chiusura del confine francese prima di Natale” ora si trova di fronte a “problemi amministrativi, con conseguenti code, rifiuti alle frontiere e confusione”. Il sogno di una ‘Global Brexit’ ovvero di un Regno Unito finalmente libero dalle regole Ue e aperto al commercio mondiale, almeno per i pescatori, sembra già essersi trasformato in un incubo.

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