Più di un italiano su 10 pensa che il coronavirus si trasmetta col cibo. E teme frutta e verdura

Una parte della popolazione ha paura a fare la spesa perché teme che gli alimenti possano essere causa del contagio

Foto Ansa Angelo Carconi

Anche fare la spesa in tempi di coronavirus può essere fonte di preoccupazione, con diversi italiani che pensano gli alimenti siano uno strumento possibile della diffusione del contagio. Lo rivela un'indagine Demopolis per il Gruppo editoriale Citynews nell'ambito del progetto AgriFoodToday Multimedia, co-finanziato dall'Unione europea. L'indagine, condotta su un campione di 3.000 intervistati, nasce con l'obiettivo di verificare i livelli di conoscenza e le sensibilità dei consumatori italiani in merito alle peculiarità e agli obiettivi della Pac, compresi i temi connessi della sostenibilità ambientale, delle produzioni agroalimentari nell’economia europea, e l’attenzione dei consumatori alle produzioni e alle scelte alimentari di qualità.     

Secondo l'indagine, se il 66% degli italiani esclude che il che il Covid-19 possa trasmettersi per via alimentare il 14% dell'opinione pubblica crede nella possibilità che gli alimenti siano veicolo patogeno e il 20% non ne esclude la pericolosità. Il livello di rischio percepito dai consumatori varia fra le differenti categorie di cibi: frutta e verdura (23%) si assestano in cima alla graduatoria, seguiti dalla citazione dei prodotti freschi in genere (20%). Intorno al 10% di citazioni il pane, formaggi e salumi, la carne. Inferiore è il livello di pericolosità percepito del pesce, dei prodotti confezionati e dei gelati. Il 48% degli italiani esclude la pericolosità dei cibi in genere in termini di trasmissione del Covid-19.

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Per limitare i rischi di potenziale trasmissione per via alimentare, molti italiani hanno assunto precauzioni negli ultimi mesi: lavare con additivi i prodotti freschi (37%), non acquistare cibo già pronto ed eliminare i cibi crudi (33%). Il 9% confessa di aver scaldato in forno pane, pizza, focacce per disinfettarli. Il 7% si è costretto a consumare solo cibi confezionati.

In generale l’emergenza Covid-19 ha modificato vissuti ed orizzonti percettivi dei cittadini, intervenendo con profondità sulla quotidianità del Paese, sulle preoccupazioni degli italiani, su convinzioni ed immaginari. Nel rispetto delle restrizioni e nelle limitazioni alla mobilità, giocoforza gli italiani hanno riscoperto la centralità della funzione alimentare, dalla scelta, all’acquisto degli alimenti, fino alla preparazione dei cibi, e sono tornati a stimare il ruolo chiave del settore agroalimentare.

Dalle risultanze dell’indagine Demopolis emergono spiccati cambiamenti nelle abitudini alimentari delle famiglie nei giorni del lockdown, e si tratta in prevalenza di evoluzioni positive: il 44% dichiara di aver cucinato di più; il 31% rivela di aver evitato gli sprechi come mai in passato. Se 3 su 10 confessano di aver mangiato troppo, un quarto degli intervistati dichiara di aver fatto maggiore attenzione alla qualità del cibo e di aver avuto un’alimentazione più regolare. Il 23% confessa di aver considerato maggiormente i costi, mentre il 13% dichiara una contrazione nell’acquisto di cibi freschi.

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In questo contesto, l’agroalimentare torna a rivelarsi chiave di volta delle comunità e potenziale agente di rilancio per l’Italia. Ma è diffusa anche la persuasione che – in una fase delicata come l’emergenza Covid-19 – le Istituzioni comunitarie non abbiano espresso misure sufficienti di supporto al comparto in Italia. Fra le azioni dell’Unione Europea a sostegno del settore agroalimentare dinanzi alla crisi del Coronavirus, solo il 18% individua le linee guida per consentire i trasporti alimentari nel mercato europeo ed appena l’11% segnala i corridoi privilegiati per la commercializzazione dei prodotti Ue. Un italiano su 10 ricorda le misure dirette a sostegno degli agricoltori e delle aree rurali, mentre citazioni inferiori ottengono gli strumenti eccezionali a supporto dei mercati (9%) e gli interventi di semplificazione burocratica e di flessibilità nell'erogazione dei pagamenti diretti (8%).

Ma in tema di azioni dell’Unione Europea a sostegno del settore agroalimentare dinanzi alla crisi del Coronavirus, 4 italiani su 10 non esprimono indicazioni, mentre il 32% non riconosce all’Ue alcun merito nel supporto al comparto in Italia.

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