Verso un divieto globale al commercio di animali selvatici. L’allarme: “Causa di 300 nuove malattie”

Gli Usa hanno importato in 4 anni circa 23 milioni di esemplari tra pipistrelli, primati e roditori. Traffici intensi anche con in Regno Unito, mentre in tanti Paesi il consumo di capi non allevati è la normalità

È in discussione tra le istituzioni intergovernative e le autorità internazionali di controllo delle malattie un divieto mondiale al commercio di specie selvatiche. Il traffico intenso di animali, soprattutto quello per uso alimentare, risulta infatti un fattore determinante tanto alla nascita e quanto alla diffusione di malattie infettive nuove o emergenti. Basti pensare che tra il 1940 e il 2004, sono state registrate più di 335 patologie infettive prima sconosciute, con più di 50 focolai solo nel decennio a cavallo tra il ventesimo e il ventunesimo secolo. Di qui una serie di pericolose implicazioni sia per la salute pubblica che per la stabilità economica. 

Un documento riportato dal giornale britannico The Independent riporta la proposta del divieto da applicare su scala globale sul tema del traffico di specie selvatiche, un’attività commerciale ormai ritenuta fuori controllo da tanti studiosi. Una nuova analisi dei dati ufficiali ha rilevato che gli Stati Uniti hanno importato quasi 23 milioni di animali tra pipistrelli, primati e roditori tra il 2010 e il 2014. Il dato comprende esemplari vivi, campioni e prodotti a base di specie selvatiche. Il Regno Unito importa legalmente milioni di creature ogni anno da vendere come animali domestici, si legge in un altro rapporto precedentemente riportato dal giornale britannico. Ma a livello globale non si può trascurare il fenomeno in crescita del commercio illegale.

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Christian Walzer, direttore esecutivo del dipartimento Salute presso la Wildlife Conservation Society ritiene che “l'uso commerciale della fauna selvatica per il consumo che comprende sia il commercio legale che quello illegale è scarsamente regolamentato con confini labili tra le due entità”. “Tale commercio, in particolare di animali vivi - spiega lo studioso - crea interfacce lungo la catena del valore alimentare, mescolando specie provenienti da diverse aree geografiche e habitat diversi, creando al contempo condizioni perfette per lo scambio e la ricombinazione dei virus”. Walzer raccomanda quindi di ridurre il rischio con misure che includano campagne di marketing sociale per ridurre la domanda di animali selvatici come cibo e fornire, nelle aree geografiche dove si consumano tali esemplari, fonti alternative di proteine.

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