Brexit, migranti e clima: ecco dove finiranno i fondi Ue tagliati all’agricoltura italiana

Il prossimo bilancio dell’Unione è ancora lontano dall’ok definitivo, ma la sforbiciata al settore agricolo è data per quasi certa. Tra la riduzione del budget dovuta all’addio degli inglesi e le nuove responsabilità in capo a Bruxelles, ecco perché i contadini dovranno tirare la cinghia

Meno soldi per l’agricoltura, più fondi europei per combattere la disoccupazione e il cambiamento climatico e per non lasciare più “soli” i Paesi coinvolti dalle rotte migratorie. Circolano da oltre un anno le notizie su una possibile riduzione dei contributi europei al settore agricolo e, salvo colpi di scena, da molti viene data per certa la sforbiciata nel bilancio settennale 2021-2027. Tale convinzione dipende anzitutto dalla prima proposta arrivata sul tavolo delle istituzioni Ue, quella presentata dalla Commissione uscente guidata da Jean-Claude Juncker. Ma più che da una volontà politica, il taglio ai fondi per l’agricoltura sembrano dipendere da altri fattori. Andiamo a vedere quali. 

Tagli dovuti alla Brexit

Con la proposta del 2 maggio 2018 la Commissione europea ha detto la sua sul prossimo bilancio settennale. I due “pilastri” di finanziamenti per il settore agricolo, quello dei "pagamenti diretti" agli agricoltori e del Fondo agricolo per lo sviluppo rurale, risultano ridotti dai precedenti 408,3 miliardi di euro dedicati dal bilancio 2014-2020 ai 365 miliardi previsti per il settennato 2021-2027. Un taglio di oltre 43 miliardi, che, a prima vista, sembra un vero e proprio schiaffo alla filiera agroalimentare. Ma bisogna considerare che il precedente budget era destinato a 28 Stati e 513,5 milioni di persone, mentre, per via della Brexit, quello futuro varrà per 27 Stati e 447 milioni di persone. L’abbandono all’Ue del terzo Paese più popoloso d’Europa, nonché contributore netto del bilancio comunitario, è dunque una prima causa, ma non l’unica, della riduzione dei fondi.

Altri fattori

Le maggiori competenze in capo a Bruxelles sono un secondo motivo della sforbiciata ai fondi per gli agricoltori. La Commissione propone infatti di prendere atto che le competenze dell'Unione sono aumentate negli ultimi anni e dunque di destinare più risorse ad altre voci di spesa: in particolare alla difesa dei confini esterni dell'Unione, asilo e migrazione, ai giovani, all'innovazione e alla Difesa. Inoltre la Commissione propone di introdurre dei nuovi criteri in base ai quali redistribuire tra Stati le risorse del budget. Oltre al Pil pro capite, che rimane il criterio principale per la distribuzione dei fondi europei, la Commissione chiede che vengano tenuti in considerazione la disoccupazione (in particolare giovanile), le spese per contrastare il cambiamento climatico e quelle per far fronte all'accoglienza dei migranti.

Quanti soldi in meno per l'Italia

I tagli per ogni singolo Paese sono stati calcolati a ottobre 2018 da Alan Matthews, professore presso il Trinity College di Dublino di Politica agricola europea, partendo dai dati contenuti negli allegati alla proposta della Commissione. Matthews confronta le risorse previste per il settennato 2021-2027 con quelle del 2020 moltiplicato sette. Per l'Italia risulta in particolare una riduzione da 25,93 miliardi a 24,92 miliardi di euro circa per quanto riguarda i pagamenti diretti (-3,9%) e una riduzione da 10,49 miliardi a 8,89 miliardi di euro (-15,3%) sul Fondo agricolo per lo sviluppo rurale. Complessivamente la riduzione nei sette anni è quindi pari a 2,61 miliardi di euro, il 7% circa.

Tabella di marcia

La riduzione stimata per l'agricoltura italiana di circa 370 milioni all’anno, non è comunque ancora una certezza. Al netto della Brexit, che non si sa ancora come andrà a finire, sul prossimo bilancio settennale della Ue si possono solo fare delle previsioni. La Commissione ha infatti avanzato una sua proposta, ma il potere decisionale non è nelle sue mani. A decidere saranno infatti il Parlamento europeo e il Consiglio dell'Unione europea, che è chiamato ad approvare all'unanimità una posizione sul progetto di bilancio pluriennale. 

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