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Martedì, 4 Ottobre 2022
I retroscena

Terreni, sussidi e corruzione. Così il "sistema" Orbán sfrutta i fondi agricoli Ue

La Commissione ha congelato 7,5 miliardi destinati a Budapest ma non i finanziamenti legati alla Politica agricola comune, che da anni nutrono la cricca del primo ministro ungherese

Congelare i fondi dell'Ungheria, ma non quelli più “delicati”. La mossa dell'Unione europea per indurre il presidente ungherese Viktor Orbán a reimmettere il suo Paese sui binari dello Stato di diritto presenta diversi limiti. Un settore in particolare è rimasto intatto ed è quello da cui il longevo capo di Stato e i suoi fedeli hanno tratto enormi vantaggi in questi anni di adesione all'Ue: l'agricoltura. Questa “punizione” a metà fa sospettare come l'esecutivo di Bruxelles, seppur severo, non intenda affondare il colpo nei confronti di Budapest né apparire agli occhi della popolazione ungherese come il nemico da combattere.

Fondi congelati

È la prima volta che l'Ue non si limita a rimproverare uno Stato membro, ma arriva a congelare i fondi europei che gli spetterebbero. Stiamo parlando di 7,5 miliardi di euro. Alla base della scelta ci sono le forti preoccupazioni per le numerose violazioni dello stato di diritto da parte del governo di Orbán. Nello specifico, il commissario per il bilancio Johannes Hahn ha proposto di congelare il 65% dei fondi destinati all'Ungheria da tre programmi di coesione. Si tratta di sussidi volti ad aiutare le regioni più povere dell'Ue a recuperare il ritardo.

Questi rappresentano circa un terzo di tutti i fondi strutturali a cui il Paese ha diritto nei prossimi sette anni. Nel complesso sono stati stanziati 34 miliardi di euro nel periodo di bilancio 2021-2027, compresi i sussidi agricoli. Questi ultimi però, pur rappresentando la gran parte dei trasferimenti a favore dell'Ungheria, non sono interessati da questo processo di condizionalità. Eppure proprio l'ambito rurale è diventato un buco nero in cui il leader del partito Fidesz ha accumulato ricchezze e consensi.

Grandi proprietà nelle mani di pochi

Nel 2019 un'inchiesta pubblicata dal New York Times ha evidenziato il meccanismo sfruttato da Orbán per ottenere l'avallo degli agricoltori e, al tempo stesso, privarli dei sussidi, distribuendo gran parte dei terreni (e dei finanziamenti) ad uomini a lui vicini. Il sistema della Politica agricola comune (Pac) prevede infatti trasferimenti maggiori per possedimenti più grandi. Più ettari di terreno, più soldi. A prescindere dalla quantità o qualità di alimenti prodotti. L'Ungheria, insieme ad altri Stati dell'Europa centrale, ancora ricca di vasti appezzamenti agricoli, si è rivelata il terreno ideale per l'affidamento di grandi proprietà, appartenenti anche allo Stato, affittate a prezzi ridicoli ad una ristretta cerchia di sodali del primo ministro, in carica ormai ininterrottamente dal 2010.

A differenza dei suoi predecessori di sinistra, il politico ungherese si è subito interessato per capire come recepire i fondi messi a disposizione delle aziende agricole dai funzionari europei. Consapevole degli scarsi controlli da parte di Bruxelles sulla distribuzione dei fondi e sulla facilità nell'accumulare terreni, ha costruito un efficace sistema clientelare dando in affitto centinaia di migliaia di acri di terreno a prezzi ridicoli, che hanno così avuto accesso ai finanziamenti Ue. Ne hanno beneficiato diverse personalità di spicco, come Roland Mengyi, un esponente del partito di governo Fidesz, che tramite un socio si è visto attribuire 1.200 ettari nella contea di Borsod-Abauj Zemplen.

Altra figura coinvolta in questo giro d'affari è Sándor Csányi, miliardario e presidente della Banca OTP, una delle istituzioni finanziarie più importanti del Paese, nonché azionista e membro del consiglio di amministrazione della multinazionale ungherese del petrolio e del gas MOL Group. È inoltre proprietario di Bonafarm, la holding di un gruppo ungherese di produzione agricola e alimentare, che ha ottenuto due dei grandi appezzamenti agricoli statali attribuiti dal governo di Orbàn. Qualche gradino più in basso, come un banco di pesci affamati, ritroviamo amici, parenti, sostenitori, che hanno avuto accesso a terreni, senza occuparsi minimamente di agricoltura o che li hanno affittato a loro volta, dopo ave recepito i finanziamenti europei. Già nel 2015 un primo rapporto aveva fatto emergere queste criticità, evidenziando come il sistema dei sussidi inducesse all'accaparramento dei terreni.

Misure inefficaci

L'Ue non ha sradicato questo principio, anche se la nuova Pac, che dovrebbe entrare in vigore nel 2023, presenta dei correttivi rispetto al passato. Nel frattempo, critiche e investigazioni precise sono piovute su Budapest che ha adottato una serie di misure. Le riforme però non si sono rivelate finora convincenti né efficaci nello scalfire un sistema di potere divenuto granitico dopo dodici anni di Orbanismo. Il governo ungherese ha limitato ad esempio i pagamenti dei sussidi alle aziende agricole più grandi, ma gli allevatori sostengono che sia facile aggirare questa regola dividendo gli appezzamenti e registrando la terra a proprietari diversi.

Il Parlamento vuole ampliare l'uso di uno strumento chiamato ARACHNE per controllare i conflitti di interesse, le frodi e le irregolarità verificando più da vicino dove finiscono i fondi della PAC, ma la sua adozione da parte dei 27 Paesi dell'Ue è ancora su base volontaria. Bruxelles ha deciso anche di aumentare il livello di trasparenza su chi riceve i sussidi agricoli. I beneficiari saranno obbligati a rivelare a quali entità giuridiche più ampie fanno riferimento. Una misura che dovrebbe facilitare la capacità di scoprire se un politico corrotto controlla segretamente un'area agricola, la che potrebbe rivelarsi insufficiente in un Paese dove i rapporti tra poteri sono ormai incanalati in un alveo antidemocratico.

I timori di Bruxelles

Perché la Commissione non ha colpito Orbán direttamente in uno degli ambiti in cui è maggiore la sua influenza? Secondo quanto riporta il quotidiano Politico, un diplomatico europeo ha affermato che i fondi agricoli sono molto più sensibili dei fondi di coesione, prevedendo anche pagamenti diretti. Il rischio è che gli agricoltori sosterrebbero il primo ministro ungherese se l'Ue minacciasse di privarli di questi pagamenti. Budapest inoltre potrebbe facilmente criticare l'Ue per aver messo a rischio la sicurezza alimentare in un momento in cui i prezzi sono già alti. D'altronde già in passato il primo ministro nei suoi comizi aveva dichiarato che l'Ue intendeva sottrarre alle aziende agricole gli aiuti per utilizzarli in favore dei migranti, mentre lui lo avrebbe impedito. Un misto di minacce e promesse che gli ha garantito di essere rieletto ogni volta. Bruxelles teme insomma di ritrovarsi contro quegli stessi agricoltori che intendeva “allattare” coi fondi pubblici in questi anni.

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