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Venerdì, 19 Aprile 2024
L'intervista

"Chi studia agraria difficilmente resta disoccupato, bene il liceo del made in Italy"

Intervista a Patrizia Marini, presidente della Rete nazionale degli istituti agrari: "Accogliamo con favore l'idea del governo Meloni"

Patrizia Marini è la dirigente scolastica dell'Istituto tecnico agrario Emilio Sereni di Roma e presidente della Rete nazionale degli istituti agrari (Renisa). AgriFood Today l'ha intervistata per comprendere il contributo della formazione scolastica superiore alle sfide dell'agroalimentare, sia sul piano nazionale che dell'Unione europea.

Come vede l'iniziativa lanciata al Vinitaly da Giorgia Meloni sulla creazione di un "Liceo del Made in Italy"?

Ero presente alla manifestazione con oltre 250 alunni e i dirigenti scolastici premiati dalla presidente Meloni per il concorso enologico. Abbiamo partecipato alla manifestazione visitando in maniera attiva gli stand dei produttori presenti, tutte eccellenze del territorio. Quando la premier ha annunciato l'idea, l'ho accolta subito in maniera favorevole. Non abbiamo ancora dettagli precisi su come il governo intenda formularla, ma come Rete degli istituti agrari supportiamo tutte le iniziative mirate ad aiutare il Paese ad esaltare la nostra biodiversità agroalimentare.

Non c'è il rischio di creare competizione con gli istituti tecnici e professionali già esistenti, proprio come gli Agrari?

Dovremo incontrarci con i responsabili del ministero per capire se sarà un liceo nuovo di zecca o se l'idea è di "liceizzare", mi conceda il termine, i percorsi tecnici che già esistono. Credo non ci sarà una sovrapposizione perché come rete di oltre 250 istituti agrari abbiamo già un accordo con il ministero dell'Istruzione. In cantiere c'è una riforma per reintrodurre delle materie importanti che nell'ultima riforma erano state eliminate, come botanica, fitopatologia e meccanica agraria, che sono fondamentali per la formazione dei ragazzi. In ogni caso quello che va capito in Italia è che c'è un numero infinito di posti di lavoro a disposizione delle persone che terminano gli studi tecnico-professionali. Dal nostro istituto il 40% degli studenti prosegue iscrivendosi all'Università, mentre il restante 60% trova immediatamente lavoro, perché la richiesta di tecnici è importante in questo settore. Al tempo stesso tanti nostri alunni sono diventati imprenditori, dirigenti o consulenti. Difficilmente chi proviene da questi percorsi di formazione rimane privo di un impiego, anzi spesso abbiamo proposte di lavoro inevase perché non c'è abbastanza personale qualificato per soddisfarle. 

Quali sono le prospettive in ambito educativo di fronte alla necessità di un'agricoltura più sostenibile?

Bisogna tendere all'agricoltura 4.0, altrimenti tutto quello che viene introdotto negli studi risulterebbe già vecchio. Per questo motivo è necessario sia motivare i docenti sia aggiornare gli strumenti disponibili nelle scuole. Abbiamo bisogno ad esempio di trattori moderni, dotati di sistemi satellitari, di frantoi, di attrezzature per le cantine e per i laboratori di biotecnologia. Il campo che copriamo è molto vasto e bisogna restare aggiornati. Pochi giorni fa il ministero dell'Istruzione ha messo a disposizione 350mila euro per ogni istituto per migliorare le attrezzature nelle nostre scuole (sono soldi ricavati dal Fondo europeo di sviluppo regionale per un totale di circa 166milioni di euro per gli Istituti alberghieri, agrari, nautici e aeronautici di tutta Italia e destinati all'acquisto di attrezzature sostenibili, innovative e "green" in base alla tipologia di istituto, ndr).

L'Unione europea chiede di abbattere del 50% l'uso di pesticidi entro il 2030. Quali insegnamenti state trasmettendo per preparare gli studenti a questa svolta?

Il nostro istituto è annesso ad un'azienda agricola biologica di 45 ettari, quindi siamo molto sensibili su questo tema. C'è da precisare che al momento i disciplinari del biologico non possono essere applicati dappertutto, ma ci sono dei nuovi rilevatori Dss (sistemi di supporto alla decisioni, ndr) che consentono un'analisi costante della situazione in campo. Grazie a questi strumenti si può abbattere l'uso di fitofarmaci anche del 40%. Nel nostro istituto abbiamo ad esempio attivato un vino Doc senza solfiti. Gli studenti sanno che è fondamentale soddisfare le attese del pubblico, molto sensibile su questi temi.

Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina lo scorso governo aveva fatto pressione per aumentare la produttività agricola in Italia. Eppure l'Ue ha assicurato più volte che non c'è una crisi alimentare in Europa in termini di quantità, mentre lo spreco di cibo è ancora ingente. Serve davvero produrre di più?

Sono due strade che bisogna percorrere in parallelo. Insegniamo agli studenti sin dai primi anni di abbattere gli sprechi, ma spieghiamo anche di acquistare il meno possibile prodotti provenienti dall'estero. Per farlo bisogna garantire sul territorio una produzione vasta e variegata, capace di soddisfare il mercato interno e l'export. La vera sfida comunque per noi è di aiutare i giovani a diventare imprenditori dell'agroalimentare. Per questo motivo con Ismea (l'Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare, ndr) abbiamo accordi per facilitare l'acquisto di terreni da parte di studenti degli istituti agrari, affinché si possano rendere autonomi. È necessario creare aziende multifunzionali, dove si abbini qualità e varietà, altrimenti non si riesce a sopravvivere.

Il ministro Lollobrigida ha proposto una legge che vieta la produzione e la commercializzazione della cosiddetta "carne sintetica". Non si rischia che l'Italia resti indietro sul piano della ricerca nelle biotecnologie?

Già Veronesi diceva che bisogna limitare il consumo di carne, da integrare con quello di altre proteine di origine vegetale, per nutrirci di più in base allo stile della dieta mediterranea. La ricerca deve andare avanti, ma finché abbiamo disponibilità di prodotti autentici per me bisogna dare priorità a questi. Come docenti spingiamo i nostri alunni a dedicarsi ad allevamenti naturali con animali allo stato brado o semi-brado, orientati alla sostenibilità ambientale, come quelli che abbiamo visto durante la nostra visita scolastica in Nuova Zelanda, attraversando allevamenti immensi con pecore e vacche allo stato brado, senza case per chilometri. Lì i nostri studenti hanno visto colori sconvolgenti possibili solo con una immersione nella natura di quel livello.

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