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Domenica, 3 Marzo 2024
Lotta alle emissioni

"Le stalle non sono industrie": la protesta degli agricoltori europei

Lettera aperta di varie organizzazioni contro la direttiva di Bruxelles che intende equipara gli allevamenti intensivi ad aziende in termini di inquinamento

Le stalle non possono essere paragonate alle industrie. Gli agricoltori europei si muovono compatti contro i funzionari di Bruxelles a cui indirizzano una lettera aperta in cui rifiutano la normativa che equipara gli allevamenti alle fabbriche. Si tratta della revisione della Direttiva sulle emissioni industriali (Ied), proposta dalla Commissione europea e definita legge "ammazza stalle". L’appello è stato firmato da alcune delle principali organizzazioni agricole europee, inclusa la Coldiretti, che ritengono la norma spingerà alla chiusura numerose aziende agricole. La lettera è stata spedita ai ministri dell'Agricoltura in vista della discussione del Consiglio Ambiente dell’Ue fissata per giovedì 16 marzo.

Le organizzazioni agricole firmatarie oltre all’Italia (Coldiretti), provengono da Belgio (Fwa), Repubblica Ceca (Akcr e Zscr), Germania (Dbv), Francia (Fnsea), Polonia (Fbzpr), Portogallo (Cap), Slovacchia (Sppk) e Spagna (Asaja). Definiscono la formulazione della proposta "del tutto inadeguata e inaccettabile rispetto alla realtà produttiva europea". Il piano di Bruxelles è quello di accelerare il percorso di riduzione delle emissioni, rendendolo compatibile con gli obiettivi del Patto europeo per l'ambiente (Green Deal) e con la strategia sul metano, le cui emissioni sono strettamente connesse alla zootecnia. Per farlo si intende equiparare e far ricadere nella normativa gli allevamenti reputati intensivi, fissando alcuni parametri.

Ad essere contestata è soprattutto la soglia stabilita di 150 "unità di allevamento", che andrebbe a colpire tramite una tassazione più elevata e a misure più stringenti di riduzione delle emissioni gli allevamenti con oltre 150 capi di bovini. Per equivalenza, rientrerebbero anche le stalle con 500 maiali o 300 scrofe, e i capannoni con 10mila galline ovaiole. In questo modo gli esperti dell'esecutivo europeo intendono includere nella direttiva un numero maggiore di allevamenti rispetto a quelli inclusi nella normativa attuale.

"Se non adeguatamente contrastata, questa proposta potrebbe portare a una dirompente riduzione dei redditi dei nostri allevatori o, potenzialmente, alla chiusura di molti allevamenti di dimensioni medio-piccole", scrivono le Organizzazioni, sottolineando che verrebbe così minata "la sovranità alimentare, con il conseguente aumento della dipendenza dalle importazioni di prodotti animali da Paesi terzi, che hanno standard ambientali, di sicurezza alimentare e di benessere animale molto più bassi di quelli imposti agli allevatori dell’Ue".

Secondo i firmatari queste conseguenze risultano contrari ai recenti sviluppi politici in materia di reciprocità nel commercio internazionale, "aumentando il divario tra la stessa Ue e i partner commerciali". L'equiparazione viene definita "ingiusta e fuorviante" rispetto al ruolo che gli allevamenti svolgono nell’equilibrio ambientale e nella sicurezza alimentare in Europa.

La lettera cita anche l'utilizzo da parte di Bruxelles di dati definiti "imprecisi e vecchi", dato che i funzionari hanno utilizzato dati Eurostat del 2016 (al momento di formulazione della bozza gli unici disponibili, ndr). Accusando i funzionari di "approccio ideologico", le organizzazioni sottolineano che la Direttiva potrebbe ridurre le aree di pascolo, con ulteriori impatti negativi sull’ambiente.

Dall'appello si evince che l’interesse principale è quello di proteggere il settore bovino, che nella normativa attualmente in vigore risulta escluso. Questa la sintesi delle richieste: "L'unica opzione possibile è quella di mantenere l’attuale quadro normativo con l’eliminazione del settore bovino dallo scopo della direttiva e il ripristino delle attuali soglie stabilite per il settore avicolo (a partire da 40mila capi) e suinicolo (suini da produzione di peso superiore a 30 kg: a partire da 2.000 capi; scrofe: a partire da 750 capi)". I firmatari sostengono che questo sia l'unico modo per evitare di vanificare i progressi raggiunti in questi anni dal settore.

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