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Venerdì, 3 Dicembre 2021
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Quando la qualità del cibo passa dagli influencer

Come i food blogger stanno cambiando il mondo in cui comunicare le eccellenze agroalimentari e i prodotti salutari

In tempi di pandemia, molti attori del settore food hanno capito quanto sia importante la comunicazione. Per mantenere viva la propria attività comunicare attraverso il digitale è diventato fondamentale ma spesso, una nota dolente, resta la comunicazione della qualità. In base a diversi dati raccolti da RuralHack nelle sue ricerche a contatto con produttori e ristoratori, far passare il proprio prodotto come un prodotto di qualità ovvero che porta con sé quel valore aggiunto dato da caratteristiche più o meno oggettive non è sempre semplice. 

Come si diceva l’utilizzo del digitale e dei social network in particolare può aiutare, ma è chiaro che non basta postare online il piatto servito nel proprio locale e scrivere a commento che è composto solo da ingredienti genuini. La risposta a questo problema è relativamente semplice: ognuno ha una propria personale percezione e definizione della qualità. Lo esprime bene, ad esempio, Giampaolo Fabris, sociologo dei consumi, quando nel suo libro “Il nuovo consumatore: verso il postmoderno” parla di “dimensioni della qualità”, dimensioni che chiama con le etichette di status, sensorialità, sapore, sapere, salute, servizio, supernaturalità, storia e sincretismo. Certamente, rispetto al 2003, anno cui è stato pubblicato il libro, tali dimensioni si sono evolute, resta importante il fatto però, che esiste oggettivamente una visione caleidoscopica della qualità del cibo che genera altrettante percezioni e scelte del consumatore così come altrettante tendenze estetiche, di narrazione, di comunicazione.

Se volessimo riferirci a Fabris, ovviamente internet sembra essere il regno della dimensione della sensorialità, dove il senso principe è la vista e chi ha avuto un ruolo importante nel processo di estetizzazione (e non solo) del cibo sono stati i food blogger oggi evolutisi anche nelle varie forme dei food influencer. Una buona strategia di marketing e comunicazione è importante per attori del settore e sempre più ristoratori e produttori sembrano scegliere la via degli influencer. Il modo migliore per utilizzare un risorsa del genere dovrebbe essere quella di comunicare la qualità del proprio prodotto pensando bene al proprio pubblico di riferimento e soprattutto alla propria identità, riuscendo a trasmettere così l’autenticità del proprio messaggio. Come in un “catalogo”, ci sono influencer per tutti i “gusti”, per tutte le tasche, ma soprattutto per tutte le tipologie di strategie e obiettivi che si intendono raggiungere. Dalle interviste fatte da RuralHack a noti food influencer è risultato chiaro un assunto di base, ovvero che la reputazione è un concetto imprescindibile e fondamentale nella like economy. “Se ho tanti followers è perché si fidano di me e di quello che racconto”, per parafrasare il concetto di “reputation” di un influencer. Dunque la credibilità è un primo criterio di scelta sia da parte di un imprenditore sia da parte di un “consumatore”.

Da qui sono tante le ulteriori considerazioni che possono farsi: al di là del numero di followers, quell’influencer è davvero adatto a quel determinato prodotto oppure obiettivo? Torna quindi utile rifarsi alla sfumatura di qualità che si intende comunicare. Un po’ in tutte le interviste fatte agli influencer da RuralHack, emerge che, per parlare di qualità, sembra ovvio oggi riferirsi sempre di più ai valori contenuti in un prodotto, valori che si identificano con genuinità, stagionalità, freschezza, sostenibilità, metodi di cottura salutari, ma fatta questa premessa ci sono diversi aspetti da prendere in considerazione. C’è chi preferisce esaltare gli aspetti “ludici” dell’esperienza food, evidenziando quindi come anche il vivere in un determinato modo il cibo possa essere sinonimo di qualità, trasmettendo quindi valori di gratificazione, sensualità, divertimento, soddisfazione e gioia. Altri racconti si soffermano invece sui dettagli, sulla storia dei prodotti, la loro provenienza, su luoghi e territori, sui consigli di chef esperti. Quest’ultimo è il caso in cui il racconto deve essere necessariamente curato nelle informazioni perché come ricordato nelle interviste “ciò che si scrive online arriva potenzialmente a tutti”.

E poi ancora c’è l’universo delle ricette che in una dimensione di “servizio” per dirla alla Fabris, non hanno mai perso smalto e ritornano con prepotenza in un periodo in cui lo stare a casa ci ha fatto riscoprire la voglia di cucinare e mettere le mani in pasta. Anche in questo caso la tendenza sembra essere quella di avvicinarsi al valore della “lentezza”, quindi prodotti lievitati che richiedono tempo e cura nelle preparazioni, ma anche laddove si parla di ricette “facili e veloci” la parola d’ordine è “semplicità”, quindi sempre meno prodotti industriali, preconfezionati e sempre più un fatto in caso con pochi semplici ingredienti.

Tante quindi le interpretazioni della qualità, che seguono comunque il trend generale dei consumatori/utenti sempre più attenti ad uno stile di vita e ad un’alimentazione sani, basti pensare anche che secondo un’indagine dell’European Food Safety Autority, quasi 1 italiano su 4 utilizzerebbe i social come principale fonte di informazione sulla sicurezza alimentare. Alla luce di ciò non stupisce il trend in ascesa dei cosiddetti nutritional influencer, una “nicchia” di comunicatori del food che basano il loro racconto soprattutto su ricette healthy, informazioni sulle caratteristiche nutrizionali dei cibi, rubriche sui falsi miti alimentari e così via. Anche se spesso si tratta anche di nutrizionisti, dietisti, biologi o divulgatori scientifici, il loro crescente successo online dimostra come la comunicazione della qualità alimentare, intesa anche come salute, possa passare dai social network.

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