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Mercoledì, 30 Novembre 2022
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La guerra tra Russia e Ucraina avrà un impatto sull'agroalimentare, previsti aumenti dei prezzi

Mosca è il principale esportatore di grano e fertilizzanti mentre da Kiev provengono oli vegetali, mais e miele

Oltre al dramma della guerra e dei profughi, l' ”operazione militare speciale” sferrata dal presidente russo Vladimir Putin contro l'Ucraina costituisce anche una grave minaccia alle scorte chiave di alcune delle principali materie prime alimentari del mondo. I terreni ricchi di grano dell'Ucraina orientale, di cui l'Unione europea è una delle principali importatrici, sono adesso sotto lo scacco delle truppe russe. Il conflitto in corso potrebbe arrivare ben presto sulle nostre tavole, in un menù che ha in serbo un minestrone di geopolitica e mercati bollenti.

"Il grano potrebbe essere usato come una merce strategicamente importante", ha affermato Carlos Mera, responsabile dei mercati delle materie prime agricole all'istituto finanziario Rabobank. Nonostante le sanzioni inflitte dall'Ue, Putin avrebbe nelle sue mani, oltre al gas, un'altra arma di ricatto: la sicurezza alimentare. La Russia, il più grande esportatore mondiale di fertilizzanti, gas e grano, ha invaso l'Ucraina, Paese che è il terzo fornitore mondiale di grano. In particolare, Kiev è il quarto più grande fornitore esterno di cibo dell'Ue, destinando al blocco dei 27 circa un quarto delle sue importazioni di cereali e olio vegetale, inclusa quasi la metà del suo mais. L'Ue dipende dall'Ucraina per alcuni prodotti in particolare: l'olio di girasole (88%), colza (41%) e miele (26%). Il mais importato è invece fondamentale per il mangime utilizzato negli allevamenti di maiale e polli del continente.

Già il discorso di Putin, in cui aveva annunciato di riconoscere come indipendenti le regioni di Donetsk e Luhansk, è stato seguito da un'impennata dei prezzi del petrolio, minacciando a sua volta un incremento simile per le materie prime alimentari. La grande preoccupazione concerne il grano. Le due ex repubbliche sovietiche forniscono insieme circa il 23% delle esportazioni globali di questo cereale, secondo le stime del Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti (Usda). In base ad altri calcoli, la percentuale combinata sarebbe più vicina al 30%. Le semplici tensioni tra i due Stati avevano spinto i futures statunitensi ed europei (i contratti che stabiliscono uno scambio a un prezzo prefissato e con liquidazione differita a una data futura) ad aumentare rispettivamente del 7% e del 6% durante le tre settimane fino al 31 gennaio. "I commercianti stanno davvero cercando di essere preparati e stanno cercando fonti alternative dove poter comprare grano e mais nel caso ci possa essere un'escalation", ha dichiarato Zanna Aleksahhina, analista di mercato di Mintec, il principale fornitore indipendente al mondo di dati e analisi dei prezzi alimentari globali.

Grano e tensioni globali

La guerra in Europa orientale rischia di determinare un effetto domino, generando conflitti in altre aree del mondo. Dato che l'Ue è un importante produttore di cibo, dovrebbe essere in grado di adattarsi allo shock immediato di perdere forniture dai due Paesi. "Non ci sono piani di emergenza per ora", aveva dichiarato a Politico un funzionario della Commissione europea, sottolineando che la Direzione generale dell'agricoltura dell'Ue non aveva incarichi specifici su questo argomento. Le preoccupazioni maggiori riguardano Medio Oriente e Nord Africa, che dipendono dal grano spedito attraverso il Mar Nero. In queste aree l'aumento dei prezzi degli alimenti ha già portato a disordini sociali negli ultimi decenni. L'Egitto, per esempio, è un importante acquirente di grano ucraino. Ed è proprio questo nuovo ciclo di instabilità nel Mediterraneo a preoccupare gli Stati membri dell'Ue, in particolare l'Italia col suo affaccio sul Mediterraneo e tutte le problematiche legate alle migrazioni.

Alcuni importatori delle nazioni arabe starebbero cercando di approvvigionarsi dall'Australia. Anche l'Argentina, un altro Paese nella top 10 degli esportatori di grano, potrebbe aumentare l'offerta nella regione. Entrambi questi Stati sono dotati di forniture abbondanti, come confermato dall'ultimo indice dei prezzi alimentari della Fao. L'organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura ha mostrato che i prezzi mensili del grano sono scesi del 3,1% a gennaio a causa di "un aumento delle forniture stagionali da grandi raccolti in Australia e Argentina". Questo calo di gennaio arriva, però, dopo un aumento di circa il 30% del prezzo globale del grano l'anno scorso. Il rischio è che le incertezze sulle esportazioni da Russia e Ucraina provochino un'ulteriore inflazione per questo prodotto primario.

I riflessi sull'Italia: aumentano pane, pasta e fertilizzanti

Prima dell'esplosione del conflitto, Confagricoltura aveva rassicurato che l'Italia e l'Ue non corrono grossi rischi sul piano della sicurezza alimentare, godendo di una certa autonomia produttiva, ma a tavola il pane potrebbe comunque costare di più. L'Italia produce circa il 65% del grano necessario a coprire il fabbisogno dell'industria della trasformazione. Il restante 30-35% viene coperto dalle importazioni, che in parte dipendono dalla superiore qualità del grano estero. Pur potendo permettersi di rinunciare al grano ucraino e russo, i prezzi rischiano di risentirne lo stesso, con il valore delle scorte che ha raggiunto +86% rispetto alla quotazione media del 2020 per il grano nazionale, e +108% per quello di importazione extra europeo.

Il nostro Paese, inoltre, sta fronteggiando da tempo la messa al bando dei prodotti ortofrutticoli e di carne suina decisa nel 2014 dalla Federazione russa come reazione alle sanzioni che l’Ue aveva adottato dopo l’annessione della Crimea. Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, prevede un’ulteriore stretta da parte di Mosca, che potrebbe incrementare le perdite subite dall'Ue, pari a circa 7 miliardi di euro nel 2020. Il conflitto in corso, e la conseguente crisi diplomatica, rischia di far allungare l’elenco dei settori di punta del Made in Italy colpiti, in primis quello vitivinicolo, dato che siamo i secondi esportatori Ue verso la Russia. Anche il comparto della pasta potrebbe soffrire.

Il vero colpo all'agroalimentare potrebbe arrivare, però, dai prezzi di importazione dei fertilizzanti (già raddoppiati nell’arco dell’ultimo anno), di cui la Federazione russa è tra i principali produttori a livello globale. Nell'ultimo trimestre del 2020, il prezzo dell’urea (un fertilizzante particolarmente diffuso) è salito del 245%. “Rischiamo di non avere a disposizione le quantità necessarie di fertilizzanti per i prossimi raccolti. E il blocco dell’attività nel porto di Odessa potrebbe far collassare il mercato internazionale dei cereali”, ha sottolineato Giansanti in una nota. Per digerire quanto prima questa crisi si attendono indicazioni dal prossimo Consiglio europeo.

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