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Mercoledì, 30 Novembre 2022
Fact check

Perché il prezzo della pasta aumenta se il grano di Ucraina e Russia va in Africa?

Il cereale ha raggiunto i 400 euro per tonnellata. L'Ue nel suo insieme è il primo produttore mondiale. I Paesi africani e asiatici sono quelli che più dipendono da Putin e Zelensky

La guerra arriva sulle tavole degli italiani. La pasta in particolare sembra destinata ad aumentare, con il prezzo del grano arrivato ormai a livelli record, superando i 400 euro a tonnellata sulla borsa di Chicago. Ma qual è la relazione tra il conflitto in Ucraina con un piatto di fusilli? Abbiamo provato a ricostruire questo intreccio tra le fertili terre dell'Ucraina, le armi, le navi che partono dal mar Nero e le speculazioni in borsa degli squali dell'agroalimentare.

Il granaio d'Europa?

Si parla da giorni di come Ucraina e Russia siano considerate il granaio d'Europa, ma cosa arriva effettivamente delle loro coltivazioni negli Stati dell'Unione europea? I due Paesi insieme rappresentano il 29% delle esportazioni globali di grano, in grado di sfamare circa tra i 600 e gli 800 milioni di persone, collocate soprattutto in Africa, Asia e Medio Oriente. Secondo i dati del 2019 dell'Osservatorio della Complessità Economica (Oec), oltre il 90% del grano della Russia viene venduto in Africa e Asia, con Egitto, Turchia e Bangladesh a rappresentare oltre il 50% delle esportazioni. In Europa arriva appena il 5%, con una quota per l'Italia irrisoria, lo 0,28%. 

Fig. L'origine del grano importato in Italia (Fonte: Oec)

Origins-of-Wheat-2019-2

Le importazioni italiane

Stessa cosa vale per l'Ucraina: la stragrande maggioranza del grano viene esportata in Africa e Asia, in particolare in Egitto e Indonesia. In Italia arriva appena l'1,3%. Guardando al nostro Paese, il fabbisogno di grano tenero è coperto per il 30% dalle importazioni dall'estero, il resto da produzione interna. Ma Russia e Ungheria insieme rappresentano una quota inferiore al 4% delle importazioni. Se si considera l'intero fabbisogno (quindi il totale del grano nostrano e quello importato che consumiamo ogni anno), la quota russa-ucraina si riduce ancora di più, intorno all'1,2%. 

L'Italia, come il resto dell'Ue, non è dunque dipendente dalle importazioni dei due ex Paesi dell'Urss, a differenza di quanto avviene con gas e petrolio. I nostri maggiori fornitori di grano sono Francia (19,9%), Canada (14,4%) e Ungheria (13%).   È proprio quest'ultimo Paese ad avere causato i maggiori scossoni a livello europeo, quando ha deciso pochi giorni fa di sospendere le esportazioni di cereali, a seguito dell'operazione militare avviata da Vladimir Putin.

La mossa di Orban

La scelta del premier Viktor Orban non è piaciuta agli altri partner europei, che lo accusano di stare violando gli accordi sul libero scambio sanciti dall'Ue e gli chiedono con insistenza di rivedere la sua posizione. Tanto più visto che Budapest non ha certo problemi di deficit di grano, e soprattutto non importa neanche una spiga da Ucraina e Russia: in termini assoluti, la sua produzione è pari a quella dell'Italia, ma con una popolazione sei volte inferiore.

Non a caso, nel 2019, l'Ungheria esportava grano nel resto dell'Ue per un valore di ben 552 milioni di dollari (a fronte di importazioni per 27 milioni). Di questi, circa 220 milioni sono riconducibili all'export verso l'Italia. Perché Budapest vuole abbandonare un business così redditizio è un mistero se il grano russo e ucraino è destinato soprattutto ad Africa e Oriente? Occorre guardare due cose: i pericoli all'orizzonte e il borsino dei futures.

Le speculazioni

Secondo l'Economist, la quantità di grano attualmente in circolazione non sarebbe in pericolo, dato che viene di solito raccolto in estate, mentre a febbraio (quando è iniziata la guerra) la maggior parte delle navi che lo trasportano attraverso il mar Nero era già partita verso i Paesi di destinazione. Allo stato attuale, entrambi i Paesi in guerra hanno vietato le esportazioni di cereali, ma a preoccupare ancor più è il futuro. In Ucraina quest'anno il raccolto potrebbe non essere piantato affatto, mentre le scelte militari e l'atteggiamento di Putin stanno disincentivando Stati e investitori dall'acquisto di grano russo, oltre che di altri prodotti essenziali. In pochi, almeno all'inizio, vorranno correre il rischio finanziario e la perdita di reputazione di comprare da lui.

Questi scenari poco rassicuranti hanno scatenato la reazione delle borsa alimentare di Chicago, dove per il grano è stato rilevato un ulteriore balzo del 7% dei futures (gli strumenti finanziari derivati, che garantiscono la possibilità di acquistare beni o azioni o di venderli in futuro ad un prezzo fisso, ndr). Per il grano è stato raggiunto l'incremento maggiore degli ultimi 14 anni, raggiungendo oltre 400 euro per tonnellata. L'ultimo evento che aveva scatenato un tale panico era stata la crisi finanziaria esplosa negli Stati Uniti nel 2008. Più si resta nell'incertezza di un'escalation della guerra Russia-Ucraina, più investitori e Stati provano ad accaparrarsi rifornimenti per il futuro, creando un effetto domino che sta già mettendo in pericolo le forniture globali mondiali. I commercianti di materie prime agricole rilevano che all'Unione europea vengono richieste sempre più esportazioni, per compensare il blocco dell'export in Russia e Ucraina.

La Cina ha già venduto 526.254 tonnellate di grano nel corso di in un'asta di riserve statali, ad un prezzo medio di vendita di 3.054 yuan (circa 483,32 dollari) per tonnellata. A giocare un ruolo chiave sono i grandi speculatori che stanno puntando inoltre sui futures del mais, altro prodotto chiave esportato dall'Ucraina in modo massiccio. La società Agritel ha sottolineato in una nota che c'è una domanda "senza precedenti" di grano in consegna ravvicinata, "gli acquirenti dovendo affrontare inadempienze di consegne" per i carichi provenienti dal mar Nero. Per compensare, l'Algeria si starebbe rivolgendo di nuovo ai francesi, mentre l'Egitto dovrà attingere alle sue riserve.

Secondo Dan Cekander, amministratore delegato di Dc Analysis, prima dell'invasione dell'Ucraina, alcuni speculatori avevano scommesso che il prezzo del grano (già allora molto alto) sarebbe sceso, quindi ora sono costretti a comprare in fretta per poter coprire le proprie esigenze. Inoltre, "un sacco di investitori al dettaglio stanno affollando il settore del grano" per cercare di trarre profitto da questo evento storico, avrebbe dichiarato l'esperto a FoodNavigator. Scossoni simili stanno avvenendo anche per altre materie prime, come mais, orzo e oli vegetali. 

Conclusioni

L'aumento del prezzo del grano (e dei suoi derivati come la pasta) in Italia non è dunque legato direttamente alle importazioni da Russia e Ucraina. Anche lo stop annunciato dall'Ungheria alle sue esportazioni (che rappresentano circa il 4% del nostro fabbisogno di grano) non sembra poter incidere più di tanto sulle scorte reali del Belpaese. Semmai, i rincari che osserviamo sono dettati dalle speculazioni in atto sui mercati, queste sì alimentate dai rischi derivanti dal conflitto tra Mosca e Kiev. Come per il gas, dunque, potrebbe essere necessario per i governi Ue quello che l'Italia sta facendo sul fronte energetico, ossia fermare le speculazioni. 

L'Ue lo può fare, visto che nell'insieme è il primo produttore mondiale di grano insieme alla Cina. Potrebbe aiutare anche una promozione della produzione interna. Ma trasformare in emergenza una situazione che appare gestibile, e fare appello alla sovranità alimentare, come stanndo facendo diverse organizzazioni europee, per chiedere a Bruxelles di ridurre alcune misure chiave per la sostenibilià ambientale previste dalla nuova Pac, la politica agricola comune, sembrano anch'esse speculazioni. Non finanziarie, ma politiche.    

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