Giudice Ue: “Vini e cibi provenienti dai territori palestinesi occupati non sono made in Israel”

I prodotti delle colonie israeliane conquistate nel 1967 dovranno indicare in etichetta tale origine, e non la sola indicazione dello Stato di provenienza. La decisione della Corte di giustizia pone fine a un contenzioso tra una cantina delle terre contese e il Governo francese

Un vigneto in Cisgiordania, EPA/ABED AL HASHLAMOUN

Sono passati oltre cinquant’anni dalla guerra dei sei giorni, ma l’appartenenza dei territori occupati da Israele nel conflitto lampo del 1967 è ancora materia di dibattito politico. Di certo, secondo i giudici della Corte di giustizia dell’Unione europea, i prodotti che vengono dagli insediamenti israeliani nelle terre dove prima vivevano i palestinesi non possono essere venduti in Europa col solo marchio “made in Israel”. La semplice indicazione dello Stato di provenienza, scrivono i giudici europei, “può indurre in errore i consumatori”, i quali “non possono sapere che un alimento proviene da una località” appartenente a “un insediamento ubicato in uno dei suddetti territori in violazione delle norme di diritto internazionale umanitario”. 

Il contenzioso con la Francia

La decisione pone fine a una battaglia legale cominciata con la presentazione di un parere da parte del Governo francese relativo “all’indicazione dell’origine delle merci provenienti dai territori occupati dallo Stato di Israele dal giugno 1967”. Secondo Parigi, “tali alimenti devono recare le indicazioni” per consentire al consumatore di conoscere la provenienza dei prodotti dalle terre occupate. La cantina Psagot - Montagna di Gerusalemme presentò ricorso contro il parere del Governo francese assieme all’Organizzazione ebraica europea.  

I vini delle terre occupate

“Nel cuore di Israele, affacciato su Nof Kedumim, si trova il vigneto Psagot”, recita il sito web della cantina, facendo riferimento all’insediamento di Kedumim, ritenuto illegale dalle risoluzioni di diritto internazionale. “Le informazioni fornite ai consumatori - conclude il comunicato della Corte di giustizia Ue che accompagna la sentenza - devono consentire loro di effettuare scelte consapevoli nonché rispettose non solo di considerazioni sanitarie, economiche, ambientali o sociali, ma anche di considerazioni di ordine etico o attinenti al rispetto del diritto internazionale”.

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