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Martedì, 16 Aprile 2024
Fino all'ultimo bicchiere

Davvero il consumo di alcol non è un problema per la salute?

La proposta di etichettare vino e liquori come le sigarette ha scatenato vistose polemiche in Italia, ma i rischi ci sono e riguardano soprattutto giovani e anziani

Un bicchiere di vino al giorno fa bene al cuore. Questa è senza dubbio la frase più gettonata che ci si sente ripetere in famiglia e tra amici e che dona all'alcol un'aura salutista. A donare eco a questa affermazione di recente c'è stato anche Antonio Tajani, esponente di Forza Italia e ministro degli Affari esteri in una delle tante dichiarazioni a commento della norma irlandese che intende apporre sulle etichette degli alcolici avvertenze che ricalcano il modello di quelle su tabacco e sigarette. Con l'alcolismo ampiamente diffuso tra la popolazione, Dublino tenta questa carta per informare cittadini e proteggerli dagli abusi.

Basterà? Ce lo diranno i dati dei prossimi anni, di sicuro la norma ha generato un terremoto a Bruxelles, dopo il lasciapassare concesso dalla Commissione europea all'iniziativa. Da quel momento si sta giocando una delle battaglie più intense per il nostro Paese in ambito agroalimentare. Il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida ha promesso di impegnarsi a 360 gradi, coinvolgendo anche il suo omologo alla Salute Orazio Schillaci, al fine di creare un fronte comune per contrastare qualsiasi etichettatura "discriminatoria" nei confronti degli alcolici. Ha speso citazioni di Hemingway e sulle nozze di Cana pur di difendere l'export italiano. I paladini della vigna appartengono a dire il vero a tutti gli schieramenti, ma bisognerà evitare di perdere in credibilità pur di difendere un prodotto nobile e generoso per il palato, ma non privo di rischi quando associato ad eccessi, cattive abitudini o semplicemente incompatibile con l'anagrafe.

I "meriti" del vino

Principe dell'export, protagonista di riconoscimenti internazionali e di etichette che valorizzano i meriti dei territori e del "saper fare" nostrano, il vino italiano dopo lo scandalo dell'etanolo degli anni '80 ha totalmente virato rotta fino a diventare "eccellenza" e fiore all'occhiello del Belpaese. I produttori temono adesso che il fatturato generato dal settore possa essere messo in crisi da avvertenze definite "terroristiche". Italia, Francia e Spagna si sono mosse all'unisono per contrastare il via libera dell'esecutivo europeo, terrorizzate all'idea che questo sia solo un cavallo di Troia per approvare una normativa comune capace di imporre tali etichette a tutti gli Stati membri. Altro timore è che la norma irlandese frammenti il mercato unico, impedendo l'esportazione di prodotti privi di queste etichette nei Paesi che decidano di adottarle. Uno sgambetto ai produttori principali, tra cui l'Italia.

Alcol nelle scuole

Da qui è partita la battaglia per difendere la "cultura del vino", da diffondere persino nelle scuole, come ha suggerito il ministro della salute Orazio Schillaci. L'idea ha scatenato le reazioni di vari scienziati, tra cui il dottor Gianni Testino, presidente della Società italiana di alcologia, specializzata nello studio delle conseguenze sulla salute di vino, birre e distillati. "Una iniziativa in buona fede nel tentativo di promuovere l'economia del nostro Paese", ha sottolineato Testino in una lettera indirizzata al capo del dicastero, ricordando però che istituzioni scientifiche internazionali e l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) reputano l'alcol un potenziale pericolo per la salute pubblica. "L'etanolo contenuto in tutte le bevande alcoliche è tossico, cancerogeno, teratogeno ed una droga che favorisce dipendenza in quanto sostanza psicoattiva", ha stigmatizzato l'esperto, sottolineando che "di tale tipo di sostanza non è pertanto etico promuoverne un consumo consapevole fra i giovani". Il medico ha poi evidenziato che è "la seconda causa di morte oncologica dopo il fumo di sigaretta" e che favorisce oltre 200 patologie differenti, come l'ipertensione arteriosa e le aritmie, il cui rischio relativo aumenterebbe già con bassissimi dosaggi.

Condanne scientifiche

Per quanto possano suonare esagerate, le parole dell'esperto trovano conferma nelle ricerche internazionali. Non è un caso se in questi anni si sono diffuse in tutto il mondo occidentale linee guida mirate a diffondere un consumo consapevole e moderato degli alcolici, ma alcuni falsi miti sopravvivono. A sfatarli ha provveduto la World Heart Federation (Federazione mondiale del cuore), che nel 2022 ha ufficialmente smentito come leggenda metropolitana ogni beneficio del vino per il sistema cardiovascolare. Sulla stessa posizione l'Organizzazione mondiale della sanità che a inizio del 2023 ha sentenziato che nessun livello di consumo di alcol è sicuro per la nostra salute. Terrorismo psicologico? Siamo sulle soglie di un nuovo proibizionismo al pari di quello che ancora vige in ambito droghe? Nella classifica dei consumi di alcol nella regione europea l'Italia si classifica all'ultimo posto, con invece Repubblica Ceca, Lettonia e Lituania nelle prime tre posizioni. È una delle sole cinque nazioni dell'Ue ad avere un consumo annuo pro capite al di sotto dei 10 litri, ma si colloca al terzo posto per la frequenza del consumo giornaliero. Nonostante sia tra i migliori della classe, i dati suggeriscono che delle precauzioni occorrono.

Aperitivi ai tempi della pandemia

La popolazione italiana non è esente da problemi e rischi, come confermato dalla relazione ministeriale redatta dall'Osservatorio sull'alcol. Nel 2020, anno peculiare perché coinciso con la pandemia di Sars-CoV-2, nonostante le ripetute chiusure di bar e ristoranti l’isolamento ha incrementato il consumo di bevande alcoliche. Anziché nei luoghi consueti, le persone hanno bevuto tanto in casa, da sole o durante gli "aperitivi digitali" organizzati sulle chat e sui social network. Una maniera che spesso ha aiutato a ridurre la tensione conseguente all’isolamento e alle problematiche economiche e relazionali conseguenti, ma che al tempo stesso ha aumentato i rischi tra i più vulnerabili. Secondo gli esperti il periodo del lockdown non ha bloccato l’approvvigionamento di bevande alcoliche, ha rafforzato anzi canali alternativi e meno controllati anche rispetto al divieto di vendita a minori.

Nuove abitudini

Oltre alle peculiarità della pandemia, si rilevano trend costanti. Negli ultimi dieci anni si è registrato un progressivo incremento del consumo occasionale e fuori dai pasti, soprattutto tra le donne. Oltre al vino e alla birra, si bevono sempre più aperitivi, amari e superalcolici, apprezzati dal 46,4% della popolazione di 11 anni e più, con una preferenza tra gli uomini (58,1%). Nel nostro Paese a preoccupare è la fascia di età 11-24 anni, dove è ormai diffusa la consuetudine di bere alcolici fuori dai pasti, con una frequenza anche infra-settimanale e non limitata al solo week-end. Il binge-drinking, cioè il consumo compulsivo di alcolici in cui le bevande vengono trangugiate anziché degustate, rappresenta ormai un’abitudine diffusa e consolidata, riguardando nel 2020 quasi un giovane su cinque (il 18,4%) con un incremento rispetto al 16% rilevato due anni prima. La conferma arriva dalle cronache. Di pochi giorni fa la notizia di una bambina di 11 anni finita in coma etilico, nonostante il divieto di vendita di alcolici ai minorenni.

Metabolismo vulnerabile

Anche gli anziani dovrebbero però prestare attenzione, nonostante abitudini consolidate come quella di bere soprattutto durante i pasti. Un modello di consumo "positivo" che dopo i 65 anni richiede comunque delle precauzioni. Il fisico risponde infatti diversamente alla tossicità dell'alcol all'avanzare dell'età, metabolizzando peggio l'alcol. Col tempo la quantità di acqua presente nell’organismo si riduce, per cui di la capacità di diluire l’alcol e tollerarne gli effetti è inferiore. Altro fattore di rischio è determinato dall'ingestione di farmaci, spesso incompatibile con bevande alcoliche. La relazione identifica anche i consumatori reputati "a rischio", calcolati in circa 8milioni e 600mila persone (di cui quasi 6milioni di sesso maschile) che non hanno seguito le indicazioni di salute pubblica che raccomandano "moderazione" e responsabilità. L'allarme maggiore è centrato nella delicata fascia d'età dei 16-17 anni, quella dove secondo l'Oms il consumo non moderato fa più danni, aumentando del 20/30% la possibilità di cadere successivamente nell'alcolismo, oltre a rischi superiori di sviluppare cancro e altre patologie.

Alcolismo: dagli eccessi ai ricoveri

La dipendenza da alcol non è facile da quantificare, ma in base ai dati diffusi da appositi gruppi e servizi specializzati, nel 2020 sono stati presi in carico 64.527 soggetti affetti da alcolismo, di cui quasi un quarto del totale rappresentato da utenti nuovi. Da notare che anche dopo appositi trattamenti, sono frequenti le ricadute. Una netta maggioranza dell'utenza (74,3%) ha un’età compresa tra i 30 e i 59 anni, mentre il 7,1% sono giovani al di sotto dei 30 anni. A preoccupare è la quota di individui in cura di 60 anni e oltre che raggiunge il 18,7% dell'utenza. A parte questi casi, possono esserci eccessi estemporanei, ma non privi di conseguenze. Come evidenzia la relazione governativa, ci sono stati poco più di 29mila accessi ai Pronto soccorso per abuso di alcol, soprattutto tra i giovani e con maggiore incidenza tra gli uomini. Dalle Schede di dimissione ospedaliera ne emergono oltre 43mila in cui almeno una patologia era attribuibile all’alcol, mentre sono state 1.224 le persone di età superiore a 15 anni decedute per patologie totalmente riconducibili all'alcol. In questi dati non rientrano incidenti e decessi legati agli incidenti stradali, riconducibili spesso ad alta velocità, consumo di droghe, eccesso di autovetture e, appunto, alcol.

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