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Martedì, 16 Aprile 2024
La denuncia

"Le aziende sfruttano l'espressione 'agricoltura rigenerativa' per fare greenwashing"

La denuncia proviene dall'Associazione europea del biologico. Non essendo un termine definito sul piano legale può essere usato per mascherare (persino) l'uso di pesticidi

Sugli alimenti sono sempre più presenti etichette che provano a richiamare la nostra attenzione, che si tratti di ambiente, di sostenibilità climatica, etica (ad esempio: senza olio di palma) o sicurezza come quelle relative all'assenza di allergeni (vedi la dicitura "senza glutine"). Molte di queste però non sono regolamentate e rischiano di creare confusione o addirittura ingannare i consumatori. Mentre a Bruxelles l'Italia è impegnata in una strenua battaglia per evitare che sugli alcolici vengano apposte etichette definite "terroriste", volte ad evidenziare ad esempio i legami tra etanolo e cancro, c'è chi mette in guardia da altre situazioni ambigue.

L'Organizzazione europea dei produttori biologici (Ifoam Organics Europe) ha lanciato l'allarme riguardo l'uso improprio di indicazioni, etichette o iniziative di comunicazione sui prodotti alimentari, che contribuiscono al greenwashing. Si tratta, secondo l'organizzazione, di manovre volte ad ostacolare un'autentica transizione agro-ecologica che permetta di realizzare sistemi alimentari sostenibili. "Non è tutto oro quel che luccica, o verde in questo caso", scrivono in un comunicato i responsabili di Ifoam, evidenziando in particolare l'uso crescente del termine "agricoltura rigenerativa" come esempio di pratiche potenzialmente ingannevoli.

Le intenzioni, notano gli esperti del biologico, sarebbero positive, visto che i metodi alla base di un'espressione come "rigenerative" rimandano a pratiche volte a rigenerare suoli, biodiversità e colture. Mancando però contorni ben definiti questa può facilmente utilizzata per scopi di greenwashing. Si tratta cioè di mascherare dietro una parvenza ecologica pratiche che non lo sono. Ifoam teme che il "termine stia assumendo forme che minano il significato, gli obiettivi e il potenziale dell'agricoltura rigenerativa, compresa l'agricoltura biologica".

Dato che non esiste una definizione univoca, né scientifica né legale, di "agricoltura rigenerativa", negli ultimi anni il termine sarebbe stato utilizzato in maniera impropria al fine di promuovere e apporre marchi a metodi che producono in realtà ben pochi benefici ambientali. Allo stesso tempo le aziende maschererebbero dietro questi approcci l'uso di pesticidi sintetici ed altre sostanze dannose per suoli e biodiversità. "È essenziale informare meglio i consumatori sulle conseguenze ambientali dei diversi sistemi di produzione agricola, ma alcune affermazioni ed etichette, compreso l'uso del termine "rigenerativo" in alcuni casi, contribuiscono piuttosto al greenwashing", ha dichiarato Eric Gall, vicedirettore e responsabile delle politiche di Ifoam Organics Europe.

"Questo greenwashing inganna e confonde i consumatori, orienta male gli investimenti e le politiche, mina gli attori rigenerativi seri e ostacola la necessaria trasformazione autentica del sistema alimentare verso la sostenibilità e l'agroecologia, compresa l'agricoltura biologica", ha evidenziato Gall. Se tutte le aziende agricole possono in qualche modo definirsi "rigenerative", facile sviare l'attenzione dei cittadini sulle pratiche realmente poste in essere. Jan Plagge, presidente di Ifoam Organics Europe, ha dunque ricordato che "alcune pratiche cosiddette rigenerative possono essere un buon primo passo per convertirsi al biologico", ma questa rimane "l'unica pratica di agricoltura sostenibile certificata a livello europeo".

In sostanza la certificazione biologica viene presentata come l'unica in grado di garantire determinati standard, dato che i requisiti per ottenerla sono fissati e riconosciuti in maniera omogenea in tutti gli Stati membri. "L'agricoltura biologica è e continua a essere la principale iniziativa di sostenibilità per trasformare l'alimentazione e l'agricoltura dell'Ue", ha concluso Plagge.

Va sottolineato comunque che diverse aziende agricole, che pure vantano certificazioni biologiche, finiscono con l'adottare pratiche esattamente inverse ai principi di sostenibilità e benessere animale professati, come evidenziato di recente dall'inchiesta della trasmissione televisiva Report in materia di allevamenti di polli "biologici" nelle Marche facenti capo al marchio Fileni. Assenza o scarsità di controlli possono comunque facilitare pratiche ingannevoli.

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