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Giovedì, 26 Maggio 2022
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"Sull'alcool le persone vanno informate, non terrorizzate. E il Nutriscore è inutile"

Intervista a Federico Castellucci, presidente della Federazione Vitivinicola di Confagricoltura. Dai timori sul sistema delle indicazioni geografiche alle opportunità offerta dalla nuova Pac

Ama andare in moto ed è legatissimo alle Marche, il territorio in cui è nato e dove ora si prende cura dei vitigni di Verdicchio di famiglia. Parliamo di Federico Castellucci, presidente della Federazione vitivinicola di Confindustria. Lo abbiamo intervistato per capire meglio come si sta muovendo il settore del vino in un momento delicato e di transizione, tra crisi alimentare, le sfide della nuova Politica agricola comune e la minaccia che l'Unione europea "punisca" l'alcool a causa delle ripercussioni negative sulla salute.

Quali sono le opportunità offerte dalla nuova Pac per le aziende vitivinicole italiane?
Ci sono diverse possibilità, ma le aziende devono saperle cogliere. Mi riferisco in particolare all'eco-schema 2, che riguarda l'inerbimento e i vigneti eroici e storici. L'Ue riconosce ormai l'importanza del contributo del settore vitivinicolo a livello paesaggistico, non solo per l'area occupata dal vigneto, ma anche per le cantine, i muretti a secco, le case coloniche. Ci sono dei soldi per preservare, oltre al prodotto, l'ambiente. Quello su cui dobbiamo stare attenti è l'eccesso di burocrazia. Dobbiamo evitare che le aziende, in particolare i piccoli produttori, passino più tempo sulle carte che nei campi. La burocrazia è una distrazione da altri aspetti fondamentali, quali la produzione e la comunicazione del vino.

Il ruolo delle aziende agricole sta cambiando. Non si tratta più solo di sfamare le persone. La Pac chiede anche un contributo sul piano ambientale e sociale. Le aziende vitivinicole, in particolare, come possono incidere sui territori, garantendo maggiore sostenibilità?
Innanzitutto il concetto di sostenibilità non va scisso in tante particelle, perché gli aspetti sono legati tra loro. Solo un'azienda sostenibile economicamente, può contribuire anche all'ambiente e alla società. Da questo punto di vista il mondo del vino è all'avanguardia. Da anni siamo un presidio fondamentale per evitare lo spopolamento delle aree rurali. Inoltre, lavorando in zone e borghi altrimenti molto poveri, utilizziamo una grande manodopera, con personale che ha vari livelli di istruzione e preparazione tecnica: da persone che hanno interrotto presto gli studi ai laureati. Altro aspetto tipico viene dal fatto che realizziamo un prodotto con risorse quasi interamente locali, dalle uve, al vetro ai cartoni. In sostanza molto spesso trasformiamo tutta “roba nostra”, a differenza di altre industrie della trasformazione, come quella del caffè, che fanno cose nobilissime, ma importando le materie prime. Inoltre, non ci limitiamo a vendere il prodotto vino, ma abbiamo creato un tessuto fondamentale per l'industria del turismo eno-gastronomico, con negozi, visita alle cantine e alloggi, che è ormai una parte fondamentale sia dei viaggi interni che dall'estero. Bisogna vedere se le misure comunitarie permetteranno di continuare a investire, perché non si tratta di arricchirsi, ma l'equilibrio va tenuto in piedi altrimenti i produttori si stancano di combattere. A quel punto rischiamo di vedere assorbite le nostre cantine da realtà finanziarie, che hanno come solo obiettivo il profitto e tendono ad abbandonare in fretta la nave non appena le cose non vanno. Oggi invece gran parte del mondo del vino è in mano a famiglie o a cooperative, anche con storie centenarie, che hanno un legame forte col territorio e tendono a resistere anche nei momenti di difficoltà.

Sta per cambiare il sistema delle Indicazioni geografiche. Confagricoltura ha accolto positivamente l'iniziativa, ma ha espresso delle criticità. Quali preoccupazioni avete rispetto alle novità che la Commissione vorrebbe introdurre?
Non abbiamo preclusioni di principio, ma le indicazioni geografiche devono restare il frutto di un movimento dal basso, che cerca di tutelare non solo il prodotto vino, ma tutto il savoir-faire che c'è intorno. Le Ig nascono per mantenere e valorizzare il connubio tra territorio e vitigno. Come Confagricoltura siamo preoccupati che l'attribuzione esclusiva di competenze all'Ufficio europeo dei brevetti determini il passaggio a un'ottica troppo industriale, che non ci appartiene. Non so se queste persone hanno la dovuta sensibilità e il rispetto nei confronti delle realtà locali, portatrici di interessi diversi e comuni al tempo stesso. In questo devo ammettere che la Direzione generale per l'Agricoltura ha acquisito nel tempo una cultura di questo tipo. Pur litigandoci talvolta, abbiamo visto un'evoluzione del pensiero. Chi lavora lì ha ormai anche una memoria storica per capire le nostre esigenze. Temiamo invece la mentalità del marchio, che è uno strumento importante, ma non offre le stesse garanzie in termini di tutela del territorio. Se nominiamo ad esempio il Chianti, sappiamo che ormai è una zona conosciuta in tutto il mondo, al di là della singola cantina. Un nome di cui gli acquirenti si fidano. Nell'Ue con le Ig ci abbiamo costruito la nostra fortuna, tant'è che l'idea ce l'hanno copiata anche negli Stati Uniti. Pur essendo un Paese molto più legato all'idea di brevetto e marchio, hanno deciso anche loro di adottare delle etichette che si riferiscono ad intere aree di produzione. Significa che noi abbiamo lavorato bene.

C'è un interesse crescente per i “vini” totalmente o parzialmente dealcolizzati. Potrebbe rivelarsi alla fine un nuovo spicchio di mercato interessante per le aziende italiane o sarebbe un “tradimento” produrre queste bevande?
In primo luogo, Confagricoltura ha insistito sul fatto che se aggiungi acqua e aromi, non puoi chiamarlo vino, ma stai facendo un altro prodotto. Il problema è che nel momento in cui togli l'alcool, che fa da vettore, di fatto elimini anche aromi e profumi naturali, quindi stai creando una bevanda che può non far male, ma è totalmente distinta. Il vino peraltro è un prodotto così ben definito, che non possiamo eliminare le sue componenti. C'è chi sostiene si aprirebbe un mercato, in particolare nei Paesi in cui bere alcool è proibito, ma siamo sicuri che sia un vero mercato? Che tipo di comunicazione potremmo realizzare intorno a questa bevanda? Sono dubbioso. Poi ci sono anche problemi di natura tecnica, per cui sarebbe talmente complicato realizzarlo, anche sul piano fiscale, che solo i grandi produttori potrebbero permettersi tale investimento.

Da tempo però esiste la birra analcolica. In cosa differite?
Anche se adesso vanno di moda le birre artigianali, nel loro settore dominano le grandi industrie, capaci di prendere più facilmente decisioni collettive, anche sul piano della comunicazione, che siano orientate al marketing. Hanno visto uno sbocco economico e hanno fatto delle scelte, che sono totalmente lecite, ma che a noi del vino non convengono. Inoltre per la birra non esiste un regolamento verticale rigido, quindi continuare a chiamarla “birra” nonostante l'assenza di alcool è più semplice.

La relazione della commissione speciale per battere il cancro (Beca) ritiene l'alcool pericoloso per la salute umana a prescindere dalle quantità assunte. Lei ha parlato dell'importanza di trovare il giusto equilibrio tra vino e salute. Quali risposte può dare il settore di fronte al pericolo di una “criminalizzazione”?
Esistono delle situazioni di disagio rispetto al consumo di alcolici e non vanno negate, ma ci sono due aspetti importanti da considerare. Innanzitutto, più che di consumo moderato, io parlerei di consumo consapevole. Dobbiamo informare e parlare ai giovani, anche quando sono ancora minorenni, in un quadro più generale di educazione alimentare che parte dalle famiglie. Le persone devono essere in grado di conoscere i rischi legati al consumo di alcool, come in caso di guida e di gravidanza, e devono sapersi proteggere da sole quando poi si trovano bombardate da messaggi mediatici o da dinamiche di gruppo, che possono spingerle ad abusarne. Solo se informate, sapranno autodifendersi. L'altro aspetto riguarda nello specifico il mondo del vino. Tendenzialmente non si beve una bottiglia perché contiene più o meno alcool, ma per i gusti e i sapori che ritroviamo nel bicchiere. Di rado lo si consuma per ubriacarsi, come si fa per gli shot di superalcolici. Si tratta soprattutto di un consumo saltuario ed edonistico e questa è la dimensione in cui abbiamo deciso di investire come produttori anche a livello di comunicazione, evidenziando i legami col territorio e collegandolo sempre al consumo anche di alimenti. Da questo punto di vista, in Italia c'è ancora una cultura mediterranea forte e chiara, che per il vino non è legata al cosiddetto “sballo”.

Si paventa addirittura il rischio di applicare agli alcolici una lettera F di colore nero, da aggiungere al Nutriscore, l'etichetta a semaforo che l'Ue vorrebbe in vigore in tutti i Paesi membri. Cosa ne pensa?
Il Nutriscore è sbagliato di per sé, perché tiene conto di singoli prodotti e non di come vengono assemblati cucinandoli. Le patate surgelate godono di una A verde, ma quasi di sicuro verranno fritte, facendo molto peggio di un piatto di spinaci condito con olio extravergine di oliva a crudo, che invece è indicato con una punitiva D. Ricorrere ad una F nera non serve a nulla senza una corretta educazione. Non vorrei poi che il senso di proibito e pericoloso finisse con l'eccitare ancor più certe fasce di popolazione, anziché dissuaderle. Le persone vanno informate, non terrorizzate.

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