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Giovedì, 1 Dicembre 2022
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Tonno delle Mauritius e acciughe marocchine: così la pesca europea si è spostata in Africa (e non solo)

L'Ue spende ogni anno circa 137 milioni di euro per far lavorare i pescherecci europei nelle acque di Stati situati nell'Atlantico e nel Pacifico. Italia autorizzata solo in pochi Paesi

Sui banchi delle pescherie si vedono sempre più spesso specie ittiche che non provengono dai nostri mari, ma quanto pesce viene importato dall'Unione europea? E chi si occupa di recuperarlo? La popolazione europea è una grande consumatrice di pesce, rappresentando il secondo importatore al mondo. Nel 2020 il totale dei prodotto ittici provenienti da Paesi extra-Ue valeva 54,8 miliardi di dollari, con una diminuzione rispetto al 2015, quando era stata raggiunta la cifra record di 58 miliardi di dollari. Nonostante il Covid-19 abbia imposto una leggera flessione in questo dato, il nostro continente risulta tra i più affamati di tonno, merluzzo, gamberi e pesce azzurro, senza però riuscire ad essere saziato con le sole risorse disponibili nelle acque dei Paesi membri. Da qui la necessità, oltre che dei classici canali di importazione, di stipulare accordi con Paesi terzi, che permettano alle imbarcazioni europee di recuperare tonnellate di risorse direttamente dalle loro acque, situate nell'Atlantico o addirittura nel Pacifico.

Accordi internazionali

Proprio nelle scorse settimane Bruxelles ha comunicato il rinnovo di importanti accordi con la Mauritania in Africa e con le Isole Cook, non distanti dalla nuova Zelanda. La natura di questi accordi differisce a seconda dei casi. Le tipologie in vigore sono le seguenti:

- gli accordi di partenariato per la pesca sostenibile, stipulati con Paesi terzi

- gli accordi di reciprocità noti anche come "accordi nordici", collegati al Mare del Nord e all'Atlantico nordorientale, che prevedono lo scambio tra le flotte dell'Ue e di tre paesi terzi (Norvegia, Islanda e Isole Fær Øer), per favorire una gestione congiunta degli stock comuni

- dopo la Brexit, l'Ue ha siglato con il Regno Unito un accordo sugli scambi commerciali e cooperazione, che comprende anche la pesca. Fino al 30 giugno 2026, ciascun contraente concede alle navi dell'altra parte il pieno accesso alle proprie acque per la pesca di determinati stock, per i quali sono fissate delle quote specifiche.

Tonno protagonista

Agrifood Today si è concentrata sulla prima categoria, che consente alle navi dell'Ue di catturare gli stock eccedenti nella zona economica esclusiva (Zee) di Paesi terzi spesso distanti dai confini degli Stati membri. Abbiamo ricostruito le rotte di questi accordi commerciali, rivelando quanto spende l'Ue e quali sono quelli in cui sono coinvolti i pescherecci italiani. Due le tipologie principali : da un lato ci sono gli accordi sul tonno, che consentono alle navi di seguire questo prezioso predatore in migrazione lungo le coste dell'Africa e nell'Oceano Indiano; dall'altro ci sono trattati misti, che permettono di accedere a specie variegate, dalle sardine ai merluzzi. I protocolli attualmente in vigore con Paesi terzi sono 13, di cui nove esclusivi sul tonno e stipulati con Capo Verde, Costa d'Avorio, Sao Tomé e Principe, Gabon, Isole Cook, Seychelles, Mauritius, Senegal e Gambia. Per questi ultimi due Paesi prevedono in realtà anche la possibilità di pescare nasello. I restanti quattro sono misti e li hanno firmati Groenlandia, Marocco, Mauritania e Guinea-Bissau. Vi sono infine sette accordi, che l'Ue definisce "dormienti”, perché risultano in vigore, ma i relativi protocolli di attuazione non sono stati attivati o rinnovati, per cui le navi europee non hanno diritto di operare nelle loro acque. Stiamo parlando di Guinea Equatoriale, Kiribati, Liberia, Madagascar, Micronesia, Mozambico e Isole Salomone.

Spagna regina dei mari

Lo Stato che ritroviamo più spesso protagonista di questi trattati commerciali è la Spagna, presente in quasi tutti i protocolli in vigore, seguita da Portogallo e Francia. Le navi italiane sono autorizzate ad operare solo nelle acque delle Mauritius, della Guinea-Bissau, nonché delle Seychelles per il tonno, mentre in Marocco recuperiamo gran parte delle specie tipiche del Mediterraneo, come il pesce azzurro (sardine, acciughe, alacce, sgombri), o di pezzatura maggiore come pesci sciabola, merluzzi carbonari e naselli. Situazione particolare per la Groenlandia, dove opera principalmente la Danimarca al fine di catturare il merluzzo, l'ippoglosso nero (noto anche come hallibut) e il gambero boreale. La Mauritania, dove pure sono autorizzate imbarcazioni del nostro Paese, fornisce principalmente crostacei, diversi da aragoste e granchi, e il nasello nero.

Le cifre

Quanto versa l'Ue ai Paesi terzi Per poter aver accesso alle risorse ittiche di questi Stati l'Ue versa ingenti cifre. In cima ai contributi c'è la Mauritania nelle cui casse finiscono 57 milioni annuali. A seguire troviamo il Marocco (52 milioni), la Guinea-Bissau (15) e la Groenlandia (circa 13milioni e 590mila euro). In base ai calcoli, Agrifood stima una spesa annuale totale di poco meno di 137 milioni di euro, nel momento in cui tutti questi accordi risultano contemporaneamente in vigore. Almeno sulla carta, questi patti dovrebbero garantire parità di regole, gestione scientifica e responsabilizzazione sociale tra i firmatari. Un'attenzione particolare, secondo quanto dichiara Bruxelles, dovrebbe essere dedicata alla sostenibilità ambientale, alla crescita delle economie locali (cui è destinata una specifica parte dei fondi) e ai diritti umani, come inserito da alcuni anni in una specifica clausola. In realtà in alcuni Paesi, come la Mauritania, continuano a fiorire industrie per la lavorazione della farina e dell'olio di pesce, destinati soprattutto ai mercati asiatici. Un'attività che danneggia fortemente gli stock di piccole specie pelagiche, che andrebbero invece tutelate.

Catture illegali

Nei piani, i protocolli dovrebbero anche tutelare la conservazione delle risorse marine, tenuto conto dello sfruttamento eccessivo degli stock, che mette a serio rischio la capacità di preservarli sul lungo termine. Ciò nonostante, la pesca illegale rimane una piaga difficile da arginare. La produzione annua globale della pesca di cattura è rimasta sostanzialmente stabile per anni e nel 2018 è stata pari a 96,4 milioni di tonnellate, di cui 84,4 milioni provenienti dai mari e 12 milioni recuperati dalle acque interne. Secondo l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), le attività di pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata sono responsabili di una perdita che oscilla tra gli 11 e i 26 milioni di tonnellate di pesce ogni anno, il cui valore economico è stimato in una forchetta tra i 10 e i 23 miliardi di dollari.

Danni umani

In base ai dati diffusi nel 2021 da Global Initiative in un dossier, i Paesi che hanno migliorato maggiormente la loro posizione in classifica rispetto alle pratiche di pesca sono la Guinea, il Camerun, lo Sri Lanka, il Portogallo e le Isole Cook, mentre quelli che sono peggiorati in maniera più evidente sono stati l'Argentina, la Mauritania, il Guatemala, gli Emirati Arabi Uniti e la Guinea Equatoriale. Associati al fenomeno dell'overfishing, oltre ai danni ambientali ci sono quelli che coinvolgono gli essere umani, come nel caso dell'atroce omicidio del giornalista britannico Dom Phillips e dell'attivista ed esperto dell'Amazzonia Bruno Pereira, avvenuto agli inizi di giugno nelle acque in prossimità della città fluviale di Atalaia do Norte. Secondo le prime ricostruzioni della polizia locale, sono stati brutalmente uccisi da una coppia di fratelli pescatori a causa delle denunce che le due vittime portavano avanti da anni nei confronti della pesca illegale, che stava danneggiando gravemente le popolazioni indigene e l'ecosistema della foresta.

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