Peste suina, il virus avanza in Europa. Minaccia sempre più vicina per l’Italia

Il contagio raggiunge Serbia e Slovacchia, mentre i focolai si moltiplicano in Ungheria, Romania e Bulgaria. Le Filippine mettono al bando la carne di maiale tedesca per paura di infezioni dalla Polonia

Non si ferma l’avanzata della peste suina africana, virus letale per maiali e cinghiali ormai presente nell’Est Europa e in alcuni Stati centrali dell’Ue pericolosamente vicini all’Italia. Gli ultimi casi riguardano Slovacchia e Serbia, dove la malattia dei suini è stata diagnosticata per la prima volta tra esemplari selvatici e, non lontano da Belgrado, anche nei capi d’allevamento. E mentre il virus miete vittime tra gli animali in tutto l’Est Europa, il Governo delle Filippine hanno fatto sapere che verranno sospese le importazioni di carne di maiale proveniente dalla Germania, Paese non colpito dall’epidemia, ma troppo esposto - secondo le autorità filippine - al rischio di contagio dalla vicina Polonia. Un contesto che preoccupa anche le autorità italiane, che si preparano al periodo della caccia del cinghiale, quando la patologia si fa più pericolosa a causa delle carcasse di suini smaltite senza seguire le istruzioni degli esperti. 

I cacciatori, alleati fondamentali per fermare la malattia

Sorveglianza e gestione dei cinghiali selvatici è stato oggetto dell’incontro che si è tenuto a Roma la scorsa settimana presso il ministero della Salute. Un’attività di promozione, quella portata avanti dall’Ente produttori selvaggina, al fine di assicurare il rispetto delle procedure igienico-sanitarie ed amministrative per la gestione dei cinghiali vivi e delle loro carcasse. La corretta gestione dei casi sospetti di focolai è stata al centro dell’incontro, durante il quale si è sottolineata l’importanza del “Reporting all’autorità competente”. 

Leggi anche: Maiali cinesi dimezzati dalla peste suina

La testata specializzata La Riserva di Caccia ha messo a punto anche un'app, facilmente scaricabile su smartphone Android e iOS, per segnalare il ritrovamento di carcasse. Una collaborazione, quella dei cacciatori, fondamentale per ridurre il più possibile il rischio di contagio nella Penisola. Lo sanno bene le autorità dell’Istituto zooprofilattico della Sardegna (Izs), unica regione italiana in cui il virus è presente da circa quarant’anni ma che è quasi riuscita, con un lungo lavoro di isolamento e prevenzione del contagio, a debellare la piaga del comparto suinicolo sardo.

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I rischi legati alla caccia

L’idea che gli sforzi di allevatori e autorità vengano vanificati da qualche banale negligenza da parte dei cacciatori fa ancora tremare i polsi al direttore dell’Izs, Alberto Laddomada. “L’eviscerazione deve essere svolta in modo corretto, soprattutto per quanto riguarda lo smaltimento delle interiora”, ha precisato Laddomada in un’intervista rilasciata a La Nuova Sardegna. “È la pratica più rischiosa e può far ripartire il virus in pochissimo tempo, come dimostra la riduzione della circolazione del virus tra i cinghiali durante l’estate e la ripresa durante l’inverno, con la riapertura della caccia”, sottolinea il direttore del centro d’eccellenza nell’eradicazione del virus.

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