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Un lavoratore migrante in una piantagione di tabacco

Un lavoratore migrante in una piantagione di tabacco

“L’industria italiana del tabacco sfrutta i migranti”

L’accusa arriva dalla stampa britannica, che riporta condizioni di lavoro sottopagato, irregolare e senza garanzie minime nelle serre del casertano. Dalla Campania arriva oltre un terzo del tabacco italiano

L'industria del tabacco è sotto accusa, ma stavolta i danni del fumo non c’entrano nulla. I maggiori produttori di sigarette, Philip Morris, British American Tobacco e Imperial Brands, stavolta sono sotto pressione per aver comprato materia prima che proverrebbe dal lavoro irregolare di immigrati africani sfruttati in Italia.

Un’inchiesta del quotidiano britannico Guardian denuncia che la filiera del tabacco made in Italy si avvale della forza lavoro sottopagata e senza contratto dei migranti: molti di loro lavorerebbero fino a 12 ore al giorno senza che vengano fornite nemmeno le attrezzature minime di sicurezza. Il caporalato come metodo di reclutamento e sfruttamento di manodopera irregolare, divenuto tristemente noto nella raccolta di pomodori, si dimostra un modus operandi diffuso anche nella coltivazione di foglie di tabacco italiano, che proviene per un terzo dalla Campania. 

È proprio dalle campagne del casertano che parte l’inchiesta dei giornalisti Luca Muzi e Lorenzo Tondo, completata dalle foto di Alessio Mamo . Istantanee che squarciano il velo di silenzio che copre i tetti delle serre dalle quali proviene il tabacco delle ‘bionde’ italiane.

“Più di 20 richiedenti asilo hanno parlato con il Guardian - scrivono i giornalisti italiani del quotidiano britannico - 10 dei quali hanno lavorato nei campi di tabacco durante la stagione 2018”. “Riferiscono di violazioni dei diritti e mancanza di attrezzature di sicurezza”, come l’assenza di contratti di lavoro e salari inferiori agli standard minimi. Ma anche mancato accesso all’acqua potabile, abusi verbali e discriminazioni razziali da parte dei “padroni”. 

Due degli intervistati sono minorenni e assicurano di aver preso parte alla raccolta senza guanti protettivi o indumenti da lavoro “per proteggersi dalla nicotina contenuta nelle foglie o dai pesticidi”. E infatti lamentano febbre alta e mal di testa durante i lunghi orari di lavoro trascorsi in serra, dove la temperatura diventa insopportabile.

La manodopera in nero viene pagata tra i 20 e 30 euro giornalieri, circa la metà di quanto vengono retribuiti i lavoratori italiani. 

Le multinazionali dichiarano di acquistare materie prime da fornitori che operano “secondo un rigido codice di condotta per assicurare un trattamento equo dei lavoratori”. Philip Morris assicura di non aver mai riscontrato alcun abuso. Gli altri due big del tabacco promettono di indagare sulle eventuali irregolarità.

Con un valore di 149 milioni di euro, l’Italia si colloca al primo posto in Europa tra i produttori di tabacco.

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