L'Ue punta sul biogas per "ripulire" l'agricoltura e l'ambiente

Finita sotto accusa per aver favorito l'agricoltura intensiva anziché ridurre l'impatto dei grandi allevamenti, questa tecnologia potrebbe vivere una "nuova giovinezza" grazie alla strategia sul metano della Commissione europea

Modello di economia circolare su cui puntare anche nel prossimo futuro, o business che ha tradito le promesse di sostenibilità favorendo un'agricoltura intensiva mirata solo alla produzione di energia? E' il dilemma che da qualche tempo circola tra le fila degli ambientalisti, un tempo compatti nel sostenere il biogas e il suo sviluppo. Uno sviluppo favorito da corposi investimenti pubblici in mezza Europa, dalla Germania all'Italia, passando per la Francia e l'Olanda. Tanto che oggi il Vecchio Continente è leader mondiale nella produzione di gas attraverso questo tipo di impianti. Una leadership che però in alcuni casi non ha avuto quell'impatto virtuoso sull'agricoltura esaltato dagli estimatori di questa tecnologia.  

Cos'è il biogas

Ma come funziona il biogas? Come spiega l'Iea, il biogas è un misto di metano, Co2 e altri gas in piccole quantità prodotto dalla degradazione di varie sostanze organiche in assenza di ossigeno e a temperatura controllata. Queste sostanze possono essere mais, letame o rifiuti organici. Nel processo di produzione, oltre al biogas, si ottiene anche il digestato, un fertilizzante liquido naturale. Il biogas viene poi trasformato in energia elettrica grazie a un generatore, mentre il digestato è usato come concime nei campi. Si capisce da questa breve descrizione come tale tecnologia sia stata vista (e lo è tuttora) come un modello di sostenibilità e circolarità, soprattutto quando ad alimentarla è il letame proveniente dagli allevamenti intensivi. Ma non tutti sono d'acccordo.

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La leadership tedesca

In Germania, per esempio, il governo ha deciso di porre fine ai generosi contributi pubblici per le centrali di biogas. Alla base di questa decisione vi sono state senza dubbio le polemiche sulle conseguenze dello sviluppo di queste centrali, che oggi producono circa la metà del biogas europeo: la maggior parte di esse, infatti, è alimentata con colture intensive di mais, coltivate appositamente per l'industria. Non certo un esempio di promozione della biodiversità. "Oggi, il governo supporta il biogas solo quando viene prodotto in installazioni molto piccole, fondamentalmente impianti di agricoltori, utilizzando principalmente letame come materia prima", spiega Susanna Pfluger, segretaria generale della European biogas association.

Il caso italiano

Anche l'Italia ha assistito a un fenomeno simile. Un'inchiesta di Elia Cavarzan su L'Internazionale ha raccontato la situazione in Veneto, una delle regioni che più ha visto crescere il biogas. Qui, le ‘diete’ delle centrali "sono tutte a base di prodotti vegetali”, mentre alla base dei finanziamenti statali stanziati nel 2008 dall'allora governo Berlusconi l'obiettivo delle sovvenzioni era di "dare vita a un circuito virtuoso agricolo capace di smaltire il liquame degli allevamenti intensivi". L’obiettivo del decreto "era di aiutare gli allevatori che smaltivano i letami prodotti durante l’allevamento degli animali. Ma gli imprenditori usarano il biogas come una macchina per fare soldi e respirare durante la crisi economica cominciata nel 2008. Tutti quelli che ci lavoravano capirono subito che il mais raccolto prima della maturazione o le granaglie convenivano rispetto al letame: l’amido fermenta più velocemente. E regioni e amministrazioni si adeguarono, approvando questo tipo di progetti". Dal 2013, anche l'Italia ha smesso di sostenere i grandi impianti, limitandosi a quelli più piccoli.

Gli incentivi 

Da allora, gli incentivi sono oggetto di discussione a ogni finanziaria. L'ultima ha prorogato le sovvenzioni solo agli impianti "con produzione elettrica fino a 300 kW e facenti parte del ciclo produttivo di un’impresa agricola", spiega il Consorzio italiano biogas. Inoltre, l’alimentazione degli impianti deve dipendere obbligatoriamente da reflui prodotti dalle aziende agricole per non meno dell’80% e, per il restante 20%, dalle colture di secondo raccolto". Questo tipo di soluzione non ha comunque fermato le polemiche, come quella che ha diviso i produttori di olio d'oliva tra favorevoli e contrari all'uso della sansa (il residuo dei frantoi) negli impianti di biogas. 

Al di là delle polemiche, resta il fatto che il biogas è per molti "ancora una sfida valida e attuale", come scrive Cavarzan. Secondo l'Iea, l'Agenzia internazionale dell'energia, il mondo sta sfruttando solo una piccolissima frazione del potenziale dei rifiuti organici nella produzione di biogas e biometano (ossia il biogas ripulito dalla Co2). “Trasformando i rifiuti organici in una risorsa energetica rinnovabile, la produzione di biogas o biometano offre una finestra su un mondo in cui le risorse vengono continuamente riutilizzate”, scrive la Iea. “Un mondo in cui è possibile soddisfare la crescente domanda di servizi energetici offrendo allo stesso tempo benefici ambientali più ampi”.

La strategia Ue

Secondo uno studio di Gas for Climate, lobby del settore, entro il 2050 il 20% dei consumi di gas nell'Ue potrebbe essere coperta da questo tipo di impianti. Una previsione considerata troppo ottimistica, visto che oggi la quota è di appena il 2%. La Commissione europea ha comunque deciso di puntare sul biogas nella sua strategia di lotta alle emissioni di metano, "il secondo più importante agente dei cambiamenti climatici" dopo il biossido di carbonio. I finanziamenti per gli impianti di nuova generazione saranno inseriti nella nuova Politica agricola comune e nel programma Horizon (come già avvenuto negli ultimi anni del resto): "L'accento sarà posto principalmente sulla condivisione delle migliori pratiche nelle tecnologie innovative di riduzione del metano, diete animali e gestione della riproduzione - scrive la Commissione - Contribuiranno anche la ricerca mirata sulla tecnologia, soluzioni basate sulla natura e cambiamenti alimentari. I rifiuti umani e agricoli organici non riciclabili possono essere usati per produrre biogas, biomateriali e prodotti biochimici, in modo da generare flussi di reddito supplementari nelle zone rurali ed evitare nel contempo le emissioni di metano. La raccolta di questi rifiuti sarà pertanto ulteriormente incentivata". 
 

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