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La piattaforma AgriOpenData di EzLab

La piattaforma AgriOpenData di EzLab

Il cibo made in Italy punta sulla blockchain

Dal campo alla tavola, sempre più attori della filiera agroalimentare punta su questa tecnologia che potrebbe aiutare l'export e le produzioni locali. Ma è tutto oro quel che luccica?

Quando si parla di blockchain si pensa di solito al mondo della finanza, alle criptovalute e più in generale al mondo del digitale. Ma in realtà uno dei campi su cui maggiormente questa tecnologia sta avendo presa è l’agroalimentare. Piace ai produttori quanto ai consumatori. Succede a livello globale, e succede, soprattutto in Italia. Il nostro Paese, stando agli ultimi dati dell’Osservatorio SmartAgrifood, detiene infatti l’11% degli 82 progetti internazionali basati su tale tecnologia e mappati nel 2019. Per le aziende tricolore sembra quasi che la blockchain possa essere la chiave di volta per aumentare l’export e la tutela del made in Italy nel mondo. Ma anche per mantenere in vita le aree rurali e le piccole comunità locali. Ma è davvero così?

Cos'è la blockchain

Andiamo per ordine. Innanzitutto, partiamo dalla blockchain. Come è noto, questa tecnologia nasce in ambito finanziario con la creazione di piattaforme digitali in cui gli utenti possono realizzare transazioni tra di loro attraverso dei meccanismi di certificazione condivisa. Un sistema del genere ha fatto subito presa sull’agroalimentare, soprattutto quello di qualità, che punta a contrastare fenomeni come la contraffazione o a valorizzare prodotti ad alto valore in termini di salute o sostenibilità. Grazie all’impiego della blockchain, infatti, i prodotti del campo possono essere monitorati in tempo reale durante tutto il loro percorso di vita su tutta la supply chain: agricoltori, trasformatori, logistica, distributori e retail. 

I vantaggi per l'agrifood

Un rapporto stilato dalla Grand View Research, una società di studi californiana, ha evidenziato che la rivoluzione blockchain può trasformare radicalmente l’industria alimentare globale, dal campo alla tavola, con sostanziali vantaggi economici per le società coinvolte, tanto per i produttori, quanto per i consumatori. Non è solo una questione di trasparenza e fiducia tra chi produce e chi consuma, ma anche di costi: secondo un paper di Rural Hack, start-up italiana specializzata nell’agricoltura 4.0, per esempio “i vantaggi economici legati all’utilizzo della blockchain nel settore dell’allevamento potrebbero portare a un risparmio dell’80% sui sistemi di tracciabilità”. E favorire anche il marketing aziendale. 

Non è un caso che i principali promotori di progetti di blockchain nel mondo siano le imprese che operano nella distribuzione (26%) e trasformazione (21%) dei prodotti, seguite dai fornitori di tecnologia (13%). La blockchain, secondo l’Ossarvatorio SmartAgrifood viene impiegata dalle imprese agroalimentari prevalentemente per incontrare nuove opportunità commerciali e di marketing (60%) e rendere più efficienti i processi di supply chain (40%), e solo in secondo ordine per raggiungere obiettivi di sostenibilità ambientale e sociale (21%). Eppure, proprio questi obiettivi potrebbero favorire i successi commerciali. 

I progetti in corso

Ne è convinta la Coldiretti, per esempio, che ha avviato un progetto con la Casaleggio Associati per promuovere i prodotti italiani nel Regno Unito all’indomani della Brexit puntando proprio sull’origine di qualità e sul rispetto degli standard ambientali e sociali. Un progetto simile è stato avviato da FederBio in collaborazione con l’Ice (l’agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane) con l’attivazione della piattaforma Ita.Bio, sviluppata per incrementare il posizionamento del biologico italiano sui mercati internazionali e sui canali e-commerce, con particolare riferimento a Usa e Cina.

Per capire meglio come funzionano tali piattaforme, siamo andati a far visita a EZ Lab, società fondata nel 2014 a Padova e che oggi ha uffici in Francia e Usa: 

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Ma è tutto oro quello che luccica?

Secondo Alex Giordano, docente dell’Università di Napoli e promotore di diverse iniziative per lo sviluppo digitale delle aree rurali, come Rural Hack, bisogna prestare attenzione ai facili entusiasmi. “Per controllare e tutelare i prodotti agricoli, dalla loro genesi al momento dell’incontro con il consumatore finale, non esiste uno strumento che di per sé sia garanzia assoluta – dice - La tecnologia è un dispositivo utile ma non può modificare tutte quelle condizioni che, insieme, sono necessarie per raggiungere l’obiettivo desiderato cioè la garanzia della qualità del prodotto. E una delle questioni-chiave sta nell’interpretazione diversa che i differenti attori della catena del valore attribuiscono all’idea di prodotto di qualità. Per esempio: la tutela dei lavoratori agricoli fa parte di questa idea? La provenienza dei semi è un elemento che qualifica la qualità? Le modalità adottate dalla grande distribuzione organizzata per abbattere i prezzi dei prodotti appartengono al concetto condiviso di qualità del prodotto? E così via”.

Gli attori della blockchain, in altre parole, sono alla fine gli stessi della classica filiera agroalimentare. E se le piattaforme digitali possono favorire la trasparenza e la fiducia tra chi vende e chi consuma, non è detto che sia per forza un bene per tutti questi attori. Un ruolo molto forte, continua Giordano, “lo giocano, per esempio, i big della grande distribuzione organizzata, che stanno sperimentando sistemi di blockchain a tutela del consumatore, che non sono necessariamente anche a tutela dei lavoratori dell’agricoltura o delle imprese di trasformazione”. Da qui, la nascita di progetti come RuralHack, il cui obiettivo generale non riguarda solo la blockchain, ma la promozione di un’agricoltura 4.0 che sia davvero al servizio delle aree rurali e della loro sostenibilità sociale e ambientale. Ce lo spiega meglio lo stesso Giordano:

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