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Sabato, 15 Giugno 2024
Cibi del futuro

Così le alghe cambieranno le nostre diete e (forse) la sostenibilità alimentare

Secondo uno studio sono una valida alternativa per produrre cibo, mangimi e carburanti. Arrivando al 10% di alimentazione umana si risparmierebbero 110 milioni di ettari di terra, abbattendo le emissioni di metano

Le gustiamo da tempo nel cibo giapponese e nelle zeppoline di mare, ma le alghe potrebbero entrare con sempre maggior prepotenza nella nostra alimentazione e in quella degli animali, specie se prendessero piede le coltivazioni negli oceani su scala globale. Da tempo scienziati e startup presentano quest'erba di mare come un toccasana nelle diete, in quanto ricche di proteine e amminoacidi essenziali nonché minerali e vitamine del gruppo B, spingendo per aumentare il loro utilizzo, utile anche per risparmiare terreni agricoli e ridurre le emissioni di metano.

Ma quante coltivazioni occorrerebbero per avere davvero un impatto su tutti questi aspetti? I calcoli li ha realizzati un gruppo di ricercatori secondo i quali un'area di oceano grande quasi quanto l'Australia potrebbe sostenere l'allevamento commerciale di alghe in tutto il mondo. Oltre al cibo per le persone, una zona di tale grandezza sarebbe in grado di fornire anche mangimi per il bestiame e combustibili alternativi. Gli autori, provenienti da Australia ed Austria, mettono però in guardia riguardo quelli che sono i rischi sulla vita marina connessi ad un'industria globale di allevamento di alghe.

Le aree più adatte a coltivarle

Gli studiosi sono partiti identificando le 34 specie di alghe potenzialmente utili. Hanno poi individuato aree sufficientemente calme e in prossimità delle popolazioni come possibili luoghi adatti ad installare queste fattorie. È così emerso dalla ricerca, pubblicata su Nature Sustainability, che in totale sono circa 650 milioni gli ettari idonei a questa coltivazione, con le aree più vaste in Indonesia e Australia, dato ch entrambi i Paesi hanno sotto il loro controllo economico ampie regioni oceaniche. Hanno stabilito inoltre che se l'industria delle alghe arrivasse a crescere fino a costituire il 10% della dieta umana entro il 2050, la quantità di terra necessaria per il cibo verrebbe ridotta di 110 milioni di ettari. Si tratta di un'area grande il doppio della Francia. "Coltivare alghe per cibo, mangimi e carburante anche in una frazione dei 650 milioni di ettari di oceano adatto potrebbe avere profondi benefici per l'uso del suolo, la riduzione delle emissioni, l'uso di acqua e fertilizzanti", hanno scritto gli autori dello studio.

Abbattere l'impronta di gas serra

Particolarmente utile sarebbe l'uso dell'Asparagopsis rossa come integratore alimentare per il bestiame, visto che genera emissioni di metano di gran lunga inferiori rispetto a quelle delle mucche. Già lo scorso anno, riferiscono i ricercatori, gli agricoltori australiani hanno sperimentato nei loro allevamenti un mangime a base di alghe. Secondo i dati analizzati, l'Asparagopsis farebbe risparmiare 2,6 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti all'anno entro il 2050. Una cifra che equivale all'attuale impronta di gas serra dell'India. Al momento le alghe sono già presenti nelle diete di alcune popolazioni. In alcune parti dell'Asia costituiscono il 2% dell'alimentazione, ma si punta ad un incremento pari al 10% a livello globale.

Cambiare le abitudini

"Fondamentalmente si tratta solo di persone che mangiano più verdure", ha dichiarato al Guardian Scott Spillias, un ricercatore dell'Università del Queensland in Australia che ha guidato lo studio. "Se coltiviamo alghe, la cosa migliore da fare è che le persone le mangino piuttosto che darle da mangiare al bestiame, ma ciò richiederà alcuni grandi cambiamenti culturali", ha sostenuto il ricercatore. Nel 2019 sono state recuperate 35,8 milioni di tonnellate di queste piante, di cui oltre la metà proviene dalle acque cinesi. L'Europa nel medesimo arco di tempo ha prodotto poco oltre le 287mila tonnellate, cioè appena lo 0,8% del totale mondiale, con una prevalenza degli stock selvatici. Questa è la ragione per cui i gruppi commerciali che hanno investito nel settore stanno facendo pressione sull'Unione Europea affinché produca otto milioni di tonnellate di alghe d'allevamento entro il 2030, con Bruxelles che ha già accordato a questi progetti finanziamenti pari a 273 milioni di euro.

Equilibri marini sconvolti

I nove autori sono ottimisti sui potenziali benefici degli allevamenti di alghe nell'oceano, reputandoli fondamentali per migliorare la sostenibilità globale e rispondere alle sue sfide. Restano però dubbi sui potenziali effetti negativi connessi all'espansione di questa industria, che potrebbe sconvolgere i delicati equilibri marini, già messi a dura prova dall'ingente inquinamento legato soprattutto alle plastiche. In particolare, questa modifica degli habitat tramite l'introduzione di un numero ingente di alghe potrebbe alterare il modo in cui l'acqua si muove intorno alle coste. Sussistono poi problemi legati agli strumenti necessari per le coltivazioni. “Molti allevamenti di alghe ora utilizzano corde e reti di plastica e conosciamo gli impatti della plastica sull'oceano. Se questo viene fatto su larga scala, dobbiamo trovare materiali migliori”, ha affermato Spillias. Altro aspetto da indagare riguarda le implicazioni sociali. Secondo gli autori le industrie marittime non godono di una grande reputazione in materia di diritti umani, bisognerà quindi prestare attenzione al rispetto dei lavoratori utilizzati da queste industrie. La distanza dalle coste e l'invisibilità del lavoro potrebbero facilitare forme di sfruttamento non dissimili da quelle che avvengono nelle campagne.

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