Come ridurre l'impronta ambientale di olio, vino e salumi? Ecco il sito che ce lo spiega

Il progetto europeo Pefmed, che ha coinvolto anche l'Italia, ha messo a punto 60 buone pratiche per ridurre il peso sull'ambiente di una serie di prodotti, tra cui anche l'acqua in bottiglia e i mangimi. A coordinare le ricerche l'Enea

Oltre 200 imprese di sei Paesi europei coinvolte in iniziative per ridurre l’impronta ambientale di sei prodotti di largo consumo: olio d’oliva, vino, acqua in bottiglia, mangimi, salumi e formaggio. Ma anche tecnologie, soluzioni e oltre 60 buone pratiche per il settore disponibili sul sito dedicato pefmed-wiki.eu. Sono questi i risultati del progetto europeo Pefmed coordinato da Enea e finanziato con circa 2 milioni di euro dalla Commissione europea. 

Il progetto Pefmed ha riguardato complessivamente nove filiere agroindustriali sulle quali è stata testata una metodologia comune per la valutazione dell’impronta ambientale dei prodotti nel loro ciclo di vita, secondo il metodo europeo PEF (Product Environmental Footprint), per individuare le maggiori criticità ambientali ma anche per promuovere la produzione di prodotti a basso impatto ambientale nel mercato europeo e la competitività delle aziende.

In parallelo all’applicazione del PEF, un team di ricercatori, imprenditori ed esperti ha associato al metodo un set di indicatori socio-economici relativi diritti umani, condizioni di lavoro, salute e sicurezza, patrimonio culturale, governance e impatti socio-economici sul territorio, con l’obiettivo di definire per ogni azienda un business plan sostenibile, “una vera e propria strategia di eco-innovazione e di marketing in grado di individuare aree di intervento e soluzioni tecnologiche e gestionali e ridurre gli impatti sia ambientali che socio-economici di prodotto e filiera, con un’attenzione al territorio e agli strumenti di politica economica disponibili”, spiega Caterina Rinaldi, ricercatrice Enea e coordinatrice del progetto. “Il metodo e gli strumenti utilizzati nel progetto hanno dimostrato di essere efficaci per aziende e filiere e potrebbero servire a rispondere adeguatamente ai bisogni dei consumatori, soprattutto se associati ad uno schema di certificazione, come ad esempio il marchio nazionale ‘Made Green in Italy’ del ministero dell’Ambiente”, conclude Rinaldi.

Al progetto ha partecipato anche Federalimentare: "Ritengo che la partecipazione al progetto sia stata decisamente positiva su diversi fronti - dice il presidente Ivano Vacondio - La Federazione, ancora una volta, ha dimostrato come il settore alimentare sia attento e sensibile ai temi della sostenibilità e delle dichiarazioni ambientali di prodotto". 

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