Venerdì, 18 Giugno 2021
Innovazione

L’innovazione va verso il Prosecco senza pesticidi: in campo le piante di Glera resistenti alle malattie

Il progetto Gleres sviluppa esemplari che non hanno bisogno di fitofarmaci per produrre le pregiate uve bianche e battere peronospora e oidio, i due flagelli che oggi costringono gli agricoltori a usare sostanze chimiche nei campi

Proteggere la salute e la sostenibilità ambientale senza rinunciare ai prodotti di punta del made in Italy nel mondo. Alle sfide dell’agricoltura c’è chi ha deciso di rispondere con la carta dell’innovazione, scommettendo su nuove tecniche che permettono di ridurre sensibilmente le quantità di fitofarmaci e di sostanze chimiche usate oggi nei campi e ritenute da tanti agricoltori “un male necessario” per ottenere il raccolto e portare sulle tavole i prodotti della terra. Ma l’uso di pesticidi potrebbe un giorno diventare un ricordo del passato grazie ai tanti progetti che animano l’agricoltura contemporanea che guarda al futuro. 

Le malattie che minacciano il Prosecco

Uno di questi è certamente il progetto Gleres che mira a rendere la filiera del vino finalmente libera dai fitofarmaci. Non tutti sanno che il celeberrimo Prosecco non è altro che un mix - anche se gli enologi lo chiamerebbero blend - di diversi vitigni, composto principalmente dal mosto di uva Glera. Questa varietà cresce soprattutto nelle colline del nord-est, non a caso considerate la patria del Prosecco. Ma a minacciare i ricercati acini bianchi ci sono due pericolose patologie che colpiscono le piante. Si tratta di “due malattie fungine, molto diffuse nel nostro territorio, che sono la peronospora e lo oidio”, ha spiegato Lodovico Giustiniani, presidente Confagricoltura Veneto. L’associazione di categoria dei produttori - con una partnership assieme al Crea-Ve, il Centro di ricerca per la viticoltura e l’enologia - ha deciso di mettere su un progetto che porterà presto alle prime bottiglie Prosecco prodotte con uve Glera prive di trattamenti fitosanitari. E le malattie? “La resistenza è fornita dal polline di piante resistenti che sono state ottenute negli anni precedenti, stiamo parlando degli ultimi 20-25 anni”, ha precisato Riccardo Velasco, direttore del Crea-Viticoltura Enologia, istituto di ricerca che ha sede proprio a Conegliano, il comune che - assieme a Valdobbiadene - svolge un ruolo da protagonista nella produzione di Prosecco. 

Le piante resistenti

L’idea, in poche parole, è quella di mettere in campo piantine ottenute dagli incroci con gli esemplari resistenti alle malattie. “Sono ovviamente una generazione ulteriore e hanno come madre la Glera”, fa notare Velasco, che lavora al progetto da diversi anni. “Arriveremo ad analizzare circa 10-12mila piante figlie di Glera resistenti nell’arco di cinque anni”, ha aggiunto l’esperto, che spera di trovare degli esemplari dotati di "caratteristiche da spumantizzazione dello stesso tipo della Glera”, la cui uva si dunque adatta ad ottenere il vino molto apprezzato, ma “con uno o più geni di resistenza” alle malattie fungine. Le piante selezionate avranno “dai due geni in su” resistenti a peronospora e lo oidio, i due flagelli della viticoltura del trevigiano che costringono oggi le aziende del settore a fare uso di pesticidi e altre sostanze chimiche.

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Verso il vino senza fitofarmaci

Il progetto Gleres coinvolgerà 17 tra le maggiori cantine delle terre del Prosecco con l’obiettivo di arrivare a ottenere nuove varietà resistenti, che consentiranno quindi di ridurre le perdite produttive in modo duraturo. “Le aspettative sono tante - ha sottolineato Giustiniani - soprattutto in un territorio fortemente antropizzato, come quello della provincia di Treviso e del Veneto, che è l’areale di coltivazione della Glera”. “Il fatto di riuscire a trovare una vite con questa tipologia di resistenza” aprirebbe le porte all’utilizzo delle piante che non hanno bisogno di cure chimiche “in quegli areali che possono essere vicino alle zone in cui abita la popolazione” o che sorgono in prossimità “di zone residenziali”, fa notare il presidente di Confagricoltura Veneto. Di qui la necessità di “diminuire l’impatto ambientale dell’utilizzo di fitofarmaci” che, va ricordato, possono comportare rischi soprattutto per chi vive vicino ai campi in cui vengono somministrate tali sostanze alle piante. La speranza è quindi che questa selezione genetica svolta con metodi naturali possa permettere presto di assaporare il famoso vino bianco con le bollicine ottenuto da piante prive dei medicinali oggi necessari per fermare le malattie fungine.

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