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Sabato, 4 Dicembre 2021
Lavoro

I pescatori britannici contro Johnson: ci ha svenduti per la Brexit

Secondo l'accordo finale gli europei dovranno restituire il 25 per cento delle loro quote di pesca in acque britanniche per almeno cinque anni. Inizialmente Londra aveva chiesto l'80

Boris Johnson è riuscito a strappare un accordo sulla Brexit all'ultimo secondo, ma per farlo ha dovuto inevitabilmente cedere su alcune delle richieste iniziali. E uno dei settori su cui ha ceduto di più, anche se non completamente, è stato quello della pesca, quello che fin dall'inizio si è mostrato il più ostico e su cui si è incentrata gran parte della propaganda.

Le critiche del settore

Barrie Deas, il leader della Federazione nazionale delle organizzazioni dei pescatori, ha affermato che la sua industria era stata tradita per ottenere un accordo su altri punti. "Alla fine dei giochi, il primo ministro ha ceduto sulla pesca, nonostante la retorica e le assicurazioni che non avrebbe fatto quello che ha fatto Ted Heath nel 1973", ha detto riferendosi a Edward Heath, il premier conservatore che negoziò l'adesione del Regno Unito all'allora Comunità economica europea, e che di fatto diede il via libera alla consivisioe dei mari britannici, nonostante avesse promesso che sul punto avrebbe ottenuto delle deroghe. "Siamo lieti che l'accordo Regno Unito-Ue porterà una sorta di certezza a parti del nostro settore, anche se stiamo ancora cercando le 'quantità prodigiose di pesce' che ci erano state promesso, per noi non cambia nulla", ha invece sostenuto con una battuta la leader di UK Fisheries, Jane Sandell, per sottolineare come gli impegni pomposamente presi da Johnson e dai fautori della Brexit non fossero stati rispettati.

L'accordo

Grazie alla Politica comune per la pesca le imbarcazioni europee avevano pieno accesso alle qacue britanniche, e questo ha portato a una situazione in cui ben il 57% di quanto è stato pescato nei mari britannici veniva catturato da pescherecci appartenenti ad aziende europee e solo il 43% da quelli di imprese locali. Inizialmente Londra aveva chiesto indietro l'80 per cento delle quote, richiesta poi portata al 60, negli ultimi giorni delle trattative a 35, raggiungendo infine un accordo sul 25 per cento, seppur per un perodo di transizione di cinque anni, periodo che l'Ue voleva di dieci anni inizialmente, dopo il quale partiranno delle negoziazioni annuali per rimodulare meglio gli accessi sui reali bisogni e le reali possibilità. È stata poi anche concordata una complessa griglia di quote legate a ciascuna specie di pesce, per cercare di bilanciare le catture britanniche ed europee.

Il compromesso

"L'aspetto cruciale della politica della pesca è che, sebbene ci sia una transizione, alla fine della transizione si ritorna a un regime normale, e avremo il pieno controllo sulle nostre acque", ha detto al Telegraph un funzionario britannico coinvolto nelle trattative, difendendo l'accordo. Il funzionario ha ammesso che "la pesca è stata una delle aree in cui abbiamo dovuto scendere a compromessi" e da parte britannica aveva senso onestamente cedere proprio su questo. Di fatto il settore dà lavoro soltanto a circa 24mila persone, e un contributo lordo al Prodotto interno lordo di un misero 0,12 per cento.

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