Cresce il business della “carne vegana". E gli Usa sfidano l'Ue

L’istituto inglese Chatham House chiede a Bruxelles regole più chiare e incentivi per il cibo del futuro. Intanto, le aziende americane del “cibo veg” conquistano il mondo

Carne senza carne. Sembra un controsenso, ma si tratta di uno dei settori maggiormente in crescita nel business del cibo. Con un volume d’affari globale di circa 4,6 miliardi di dollari, di cui la maggior parte è concentrato tra i Paesi Ue, si calcola che il mercato della “carne” vegetale supererà quota sei miliardi entro i prossimi quattro anni. Eppure, lamentano gli esperti del Chatham House, l’Europa non ha ancora fatto abbastanza per chiarire il quadro normativo per i prodotti dell’industria nascente capace di “contribuire al raggiungimento degli obiettivi per il clima” dell’Unione europea. 

Il rapporto

Con un dettagliato rapporto di “considerazioni per l’Ue”, l’Istituto reale per gli affari internazionali, meglio noto come Chatham House, analizza il fenomeno commerciale della “carne” vegana e sottolinea i benefici per l’ambiente delle alternative agli alimenti di origine animale. “Per far fronte ai suoi impegni in materia di cambiamenti climatici”, scrivono i ricercatori Antony Froggatt e Laura Wellesley, “l'Ue dovrà modificare il proprio modello alimentare, compresa una riduzione del consumo di carne”.

Le due famiglie della carne veg

Le “carni senza carne” si distinguono in due grandi famiglie. Da una parte ci sono quelle vegetali “che sono progettate per essere indistinguibili dai loro equivalenti di origine animale”. Le “carni” vegetali “contengono ingredienti non geneticamente modificati come il succo di barbabietola” per somigliare il più possibile alla carne classica. Vendute come alternative vegane di hamburger, polpette o salsiccia, stanno raggiungendo “un grado di mimetismo senza precedenti nel gusto, nella consistenza, nell'aspetto e qualità di cottura”.

La seconda tipologia è quella della carne in vitro. Famosa anche come “carne coltivata”, è ottenuta grazie a un processo di produzione che parte dalle cellule staminali degli animali. “Si tratta dell’equivalente biologico della carne - si legge nel rapporto - ma non proviene da un animale in vita”. Le cellule animali vengono dunque “coltivate” immerse in liquidi “che creano le condizioni necessarie per la crescita dei tessuti”. 

carne veg dati 2-2

L’Europa detiene al momento il mercato più forte di questo tipo di prodotti, spinta dalle nuove abitudini dei consumatori, “sempre più preoccupati per l'impatto del loro attuale consumo di carne”, spiegano gli esperti. Nel rapporto si ricorda che nel 2018 un’indagine condotta dalla Commissione europea negli Stati membri ha rivelato che “l'80% degli intervistati era disposto a considerare l'impatto dei propri acquisti di cibo sulle emissioni di gas serra e il 74% avrebbe considerato di cambiare la propria dieta”. 

Nonostante le condizioni favorevoli per il mercato delle “carni” alternative nell’Unione europea, le multinazionali americane si stanno accaparrando buona parte del business. I prodotti a stelle e strisce di Beyond Burger “vengono già venduti in oltre 25mila ristoranti, hotel e università in tutto il mondo” e anche l’Impossible Burger, prodotto di punta della californiana Impossible Food, “è disponibile in oltre 4mila punti vendita negli Stati Uniti ed è stato lanciato a Hong Kong e Macao, con l'intenzione di espandersi in tutto il mondo”. E anche in Italia stanno iniziando a farsi conoscere, come testimonia questo video pubblicato da HDblog. 

https://<iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/0ne3JHITPTk" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>

Il mercato europeo

A livello europeo, chi scommette sui prodotti per vegetariani o vegani sono soprattutto le grandi catene di distribuzione come le inglesi Tesco e Sainsbury’s. Sempre più popolari sono anche i market di alimenti solo per chi non consuma carne o derivati, come la francese Naturalia Vegan o la catena Veganz, che distribuisce in Germania e Repubblica Ceca.

A livello normativo, le carni senza carne devono passare il lungo iter di approvazione stabilito dal regolamento sui nuovi alimenti. Tale procedura si può evitare solo “se gli ingredienti e le tecniche di lavorazione hanno una storia di utilizzo nell’Ue”. Ma se il prodotto contiene Ogm occorre fare rifermento a una terza normativa, differente sia da quella per i nuovi alimenti che dalle regole per i prodotti con ingredienti e tecniche già utilizzati in un Paese Ue. 

Etichette ingannevoli

Anche sulle etichette, scrivono gli esperti, “permane un elevato grado di incertezza sul modo in cui la carne [vegetale] e le carni coltivate possono essere denominate e commercializzate”. Una sentenza della Corte di Giustizia Ue stabilisce, ad esempio, che i derivati con ingredienti non animali, come quelli ottenuti da soia e tofu non possano utilizzare le denominazioni “latte”, “burro”, “formaggio” o “yogurt”. Gli stessi problemi si stanno ponendo sulla denominazione “carne”, come testimonia un’interrogazione degli europarlamentari italiani De Castro (Pd) e La Via (Fi) che nel 2016 definirono “ingannevoli” denominazioni quali “bresaola vegana, il prosciutto vegetariano e la mortadella vegana”, le quali “pur non violando le regole”, sono volte a “promuovere la vendita di prodotti per vegani e per vegetariani che si avvantaggiano di denominazioni chiaramente riferibili a prodotti a base di carne”. 

La questione climatica

I ricercatori del Chatham riconoscono che “la produzione e il consumo di carne sono questioni altamente politicizzate nell'Ue e nel mondo”. Ma avvertono anche che, su spinta dell’innovazione, “è fondamentale che i responsabili politici dell'Ue facciano il punto su questa nascente industria e considerino la sua posizione nelle priorità politiche e nelle strategie industriali a livello comunitario”. 

L’istituto Chatham House, famoso in tutto il mondo per applicare un approccio scientifico ai dossier più scottanti della politica internazionale, ricorda che la produzione di carne è il principale fattore di cambiamento ambientale, dal momento che il settore zootecnico si occupa da solo il “40% delle terre arabili a livello mondiale” e per mantenerlo è necessario “36% delle calorie vegetali prodotte e il 29% dell'acqua dolce per uso agricolo”. 

Se ciò non bastasse a far ripensare la politica alimentare, gli esperti sottolineano che gli allevamenti generano il 14,5% delle emissioni di gas serra e che l’eccessivo consumo di carni rosse o trattate (prosciutti, salsicce e via dicendo) causano malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2 e tumori. “Si calcola - scrivono gli autori - che nel 2020 il consumo di carne rossa e trattata potrebbe portare a 2,4 milioni di morti a livello globale e costi sanitari totali per 285 miliardi di dollari”.

carne veg dati-2

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • Salvini non mangia la Nutella "turca". Ma le nocciole italiane non piacciono agli ambientalisti

  • Pesticidi, Parlamento Ue: "Pac ne incentivi la riduzione"

  • Bilancio Ue, dagli Stati tagli alla Pac per 75 miliardi

  • Aceto, Corte Ue: “Si può chiamare ‘balsamico’ anche quello tedesco”

  • “Succhi di frutta gratuiti per bisognosi pagati da Bruxelles 4,25 euro al litro”

  • La dieta più sana? E' quella sostenibile per l'ambiente e per il portafoglio

Torna su
AgriFoodToday è in caricamento