La carica degli “agricoltori di papà”: così innoviamo l'azienda di famiglia. E a volte la salviamo

Dal Nord al Sud, le storie di chi ha preso in mano la terra di genitori e nonni. Spesso tornando nei luoghi abbandonati per fare altri percorsi di studio e di lavoro. Apportando nuove idee e attività, aprendo mercati prima inesplorati. E tenendo vivi pezzi del Paese a rischio abbandono 

C'è chi ha studiato lontano da casa, magari per diventare avvocato, e poi ha deciso di tornare sui campi dove è cresciuto. Chi invece ha messo a frutto gli anni di scuola e università per innovare la produzione. E chi ancora, dinanzi al rischio di vedere la propria terra abbandonata, ha tirato fuori dal cilindro un'idea imprenditoriale di successo salvando cosi', è il caso di dirlo, capra e cavoli. Sono le storie dei giovani agricoltori che hanno preso in mano, spesso rilanciandola, l'azienda di famiglia. In altri settori, potrebbero essere chiamati “figli di papà”. Ma in agricoltura, con le difficoltà che spesso comporta portare avanti un'attività di questo tipo, sono una sorta di avanguardia di quel ricambio generazionale che sta salvaguardando i territori italiani e le loro economie. 

Gli “agricoltori di papà”

Anche perché gli “agricoltori di papà” rappresentano la fetta più grossa dell'agricoltura giovanile del Paese, un universo che nel 2017 contava 55mila aziende guidate da under 35, il 6% in più rispetto all'anno precedente. Un dato che colloca l'Italia in testa alla classifica europea per imprese agricole giovanili. Di questa nouvelle vague, circa il 60% è composto da giovani che hanno rilevato l'attività di nonni o genitori.  

Il caro prezzo della terra

Tra le ragioni di questo fenomeno, c'è senza dubbio un altro primato, stavolta negativo, che contraddistingue il nostro Paese: l'Italia è il secondo Stato membro dell'Ue, dopo l'Olanda, per costo della terra arabile. Secondo l'Eurostat, infatti, la terra italiana costa in media 40.153 euro all'ettaro. Un valore tre volte superiore a quello medio della Spagna (12.744 euro), quasi sette volte quello della Francia (6.060 euro) e una volta e mezzo quello della Gran Bretagna di 25.732. Senza contare il caso della Liguria, che risulta la regione più cara d'Europa in quanto a terra arabile: ben 108mila euro a ettaro.

La terra più cara d'Europa è in Liguria

Avere una terra di proprietà, dunque, aiuta. Ma non è detto che basti. Anzi. Chiedetelo per esempio a Giovanni Marra, 27 anni di Castel Campagnano, in provincia di Caserta, che appena finiti gli studi  si è trovato ad affrontare la crisi dell'azienda di famiglia, la Masseria Picone. I suoi avevano da poco chiuso l'allevamento di bovini e, anche volendo, rilanciare quel tipo di attività non aveva senso economicamente. Che fare dunque con quella terra, ormai vuota di mucche e piena di erba e lumache? Semplice, allevare proprio le lumache. 

Si chiama elicicoltura ed è un settore con grandi margini di crescita: già, perché in Italia, nonostante la materia prima non manchi, il 60 per cento delle lumache acquistate viene dall'estero. Per questo Marra non ha avuto dubbi: rilanciare la masseria di famiglia puntando sui molluschi terresti anziché sulle vacche. Lumache biologiche, sia chiaro. Ecco la sua storia: 

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Innovare

La storia della Masseria Picone dimostra il valore aggiunto che i giovani portano in agricoltura: innovazione, capacità di guardare ai nuovi mercati emergenti, diversificazione dell'attività, internazionalizzazione. Sul fronte innovazione, a volte basta una piccola-grande rivoluzione. Come quella di Enrico Nascimben, titolare delle "Terre di Carlo", a Rovarè di San Biagio di Callata (Treviso): dal 2017 ha preso in mano l'attività del nonno e produce pomodori, peperoni, melanzane, asparagi e il "classico" radicchio. Lo fa senza diserbanti chimici, grazie a un macchinario apposito acquistato con i fondi europei del Psr. Ecco come funziona:

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Diversificare l'attività

Altro valore aggiunto degli “agricoltori di papà” è quello di saper allargare l'orizzonte dell'azienda di famiglia. Anche aprendo rami di business un tempo estranei all'agricoltura tradizionale. Ne è un esempio Donato Mercadante, giovane 25enne di Altamura: quarta generazione di allevatori, appena arrivato in azienda ha cercato di risolvere il problema della lana ovina, che un tempo finiva nei materassi delle famiglie pugliesi, ma che col tempo è diventata un rifiuto difficile da smaltire per gli allevatori. Oggi, questo “rifuto” finisce nelle montature degli occhiali con il progetto Pecore attive. Ecco la sua storia:

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L'attenzione al sociale

Infine, tra i contributi apportati da figli e nipoti alle aziende di famiglia, non va sottovalutata l'apertura a temi come il sociale, l'educazione, la valorizzazione del territorio e la tutela dell'ambiente. Tutti temi che si ritrovano nell'agriludoteca di Veronica Tropiano, che dopo aver studiato lontano da casa, ha deciso di tornare a Tramutola, in provincia di Potenza, sui campi dove ha trascorso l'infanzia e dova da circa 45 anni il padre produce mele e pere. Ecco cosa insegna ai tanti bambini che durante l'anno raggiungono questi luoghi incastonati tra il Pollino e il Cilento:

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